Category Archives: le mie Recensioni (Libri)

  • 1

fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni – poesie di Claudia Zironi

Autrice in erba, se quattro anni  sono pochi per essere definite poete conclamate, Claudia Zironi pubblica la sua terza raccolta di pensieri, parole, opere e omissioni: pacchetto unico in cui far confluire la vita di una donna adulta.

claudiazironi
Una donna la cui scrittura è contemporanea, assolutamente,  tenta di arrampicarsi – con molto o poco equilibrio – sulla parete rocciosa e scoscesa della vita. Lo fa con prose poetiche in questo suo nuovo libro “fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni” in un ritorno a casa, editorialmente parlando. Dopo il suo primo “Il tempo dell’esistenza” edito da Marco Saya Edizioni, e passando per “Eros e polis” edito da Terra d’Ulivi, ritorna in Marco Saya e conseguentemente rende ufficiale il cambiamento di passo: non più un semplice camminare ma aggiunge qualche balzo – letterario e ortografico – alcune capriole – negli acuti pensieri e nelle grida accorate – e tenta il carpiato con una vera e propria ribellione formata dal non usare le maiuscole nei punti e a capo, nè le pause dopo le virgole, insomma, nessuna (o quasi) regola sintattica.

Se volessimo definirli per sommi capi, come precisamente sembrano – e forse per Claudia sono – ecco già nel titolo, il senso di come ha raccolto le sue liriche.
Ne “Fantasmi” il tentativo di spiegare la poesia stessa, ammesso e non concesso che con parole diverse dal  lemma di cui è composta sia possibile.  “Consideriamo l’etica e la morale / per la loro durata e il loro effetto. / contempliamo l’inesistenza, poi / produciamo arte.”
In “Spettri” possiamo incontrare un evidente desiderio di perdono e riscatto, di tenere in ostaggio e punire, di offendere e leccare le ferite “Con la  mano nella tua mano / contavamo le formiche / risalire un tronco morto / in un tempo lunghissimo / che non abbiamo avuto”.
O, ancora, “Lo schermo” dove, bene che vada “Per aprirci gli occhi in una strabiliante danza di luce irreflessa …] ”  .  “e io / sto qui a chiedermi / di che materia / si sigilli / e se per sempre / un cristallo luminoso

Innegabilmente ci troviamo di fronte ad una crescita letteraria per quanto riguarda la messa in poesia delle parole; dalle prime letture che abbiamo fatto di Claudia Zironi, fino a questo affaticato e – forse – non liberatorio fino in fondo “fantasmi, spettri, schermi avatar e altri sogni”, l’autrice palesa una marcata padronanza del sentimento che si poggia sulla carta. Tuttavia, probabile gusto personale e lungi dal muovere una critica, occorre imparare a leggere una nuova grammatica per godere appieno di queste frasi che non finiscono col punto o non iniziano con la maiuscola.
E’ certo un momento storico di social-condivisione nel cui istante del like sul post, il presente è già passato e le virgole più non contano. Quindi, probabilmente, Claudia potrebbe aver anticipato, seppure non per prima, un nuovo modo di scrivere, essere, far leggere l’inspiegabile, adorabile, quanto mai speciale e affascinante Poesia.

 

 

 


  • 2

Telegrammi – Poesie di Anna Ruotolo per Round Midnight Edizioni

Anna Ruotolo  ama le poesie, l’idioma spagnolo e, in maniera piuttosto evidente, non è più da annoverare tra le nuove voci della poesia.
Abile nel comporre vere e proprie liriche, quasi che fossero forme di haiku personalizzate, pronte per essere telegrafate al grande assente.
In “Telegrammi” ci racconta una storia d’amore e d’urgenze, di viaggi e, soprattutto, di come riesce a sublimarne l’attesa.
Letti di seguito oppure singolarmente, questi annunci bastano a loro stessi
uno ad uno. Senza troppo cercare estrosità, la valente autrice resta sobria per tutta la raccolta, capace di mostrare, pur senza effetti speciali, il peso dell’assenza, il desiderio del mantenere in vita qualcosa che è appeso ad un filo logoro come: “Di tanto in tanto il temporale / mi accosta alle finestre fiori. / E penso di vederti / o di ascoltarti nelle loro essenze”.
Poi cede, come fanno i vivi, e scrive “sottrarmi l’ansia del pane, / crescermi il bambino rotto / dal tuo seme.” Più vera che mai quindi si lascia scivolare senza, ad ogni costo, apparire solida nè rigida.
Altra scelta coraggiosa, oltre ai telegrammi che nulla lasciano di inavvertito, è l’aver riportato ogni testo in spagnolo. Per quanto sia piuttosto difficile far prendere luce ad una poesia in una lingua differente da quella che l’ha accolta e trascritta,  Anna Ruotolo e  Jesús Belotto superano brillantemente lo scoglio e mettono in risalto, perfino, possibili giochi di parole: “El metro miente, siempre es de noche. / Yo soy todos.”

A chiosa, con stupore e meraviglia, le righe che molti poeti avrebbero voluto scrivere, per far sapere a tutti quanto le parole e la musica e i dipinti vivano al di sopra del vivere stesso: ” Ho saputo che ieri sera mi hai vista / salire i fili di stelle. / Prima, mungere capre, scottare le mele.”
Un nuovo desiderio dopo aver letto questi “Telegrammi”: conoscere e presentarne al mondo le odi di Anna Ruotolo, permettendomi così di interpretare umilmente la sua meravigliosa “Tienimi da conto un ago di luce /un vigneto da far crescere / in certe fessure”.Layout 1


  • 0

Fiori d’asfalto ed altre solitudini – poesie di Allan Corsaro

Layout 1

Alcune nuove perle si aggiungono alla collana “Billie – Poesie” : sono le parole di Allan Corsaro nel suo “Fiori d’asfalto ed altre solitudini”.

<< Dimentico

passi d’asfalto e scatti turbo diesel
odore di pietra e polvere
strade senza memoria e muri che tacciono  […]
Dimentico

la rabbia che abbaia
in un angolo di deserto

occhi di ferro
sotto cieli antichi […]

è inutile tutto questo accalcarsi eppure necessario
dovrei uscire più spesso. >>

Un giovane compositore di penna e di età: di quadri
Dentro le cornici parole corrosive ma che non lasciano cicatrici.
Il taglio che evocano tra un verso e un altro, viene tamponato e subito suturato dai colori intento a mostrare

“una puttana è accovacciata
lungo l’asfalto grigio del cielo
ed un unico raggio di sole la sfiora
mentre accarezza un gatto”.

Ecco, i gatti. A Corsaro piacciono molto. Così come le bottiglie vuote, le ombre, gli occhi – sempre presenti – e l’incontenibile, irrefrenabile impeto che urla: amo la Poesia!!
Sì, perché occorre essere tanto tanto coraggiosi per arrivare a scrivere “la ruggine sugli alberi” o “scrivo di pomeriggio perché è più semplice morire”;
o ancora “carta straccia ad elemosinare il vento”. Tanta poesia=tanto coraggio, e il connubio non sembra dovuto soltanto alla giovanissima età dell’autore
quanto a una malattia per la quale nessuno cerca un antidoto. Perché scrivere non sempre è liberatorio, può essere anche dannazione.
Soprattutto quando non si trova pace nemmeno con le parole che, solo dopo averle scritte, vengono viste veramente.

“Scavo la terra
a mani nude
in cerca del cuore di mio padre
che lo so che è qui da qualche parte”.

Certo Corsaro dovrà impegnarsi parecchio con la prossima silloge. Dovrà farlo per noi lettori ma soprattutto per scavare un alveo entro il quale
far scorrere al sicuro le sue parole, i suoi schianti, gli occhi che cercano occhi e trovare così il coraggio di dichiararsi a “Lei”.

 

 


  • 0

“Occhi Rossi” – poesie di Andrea Donaera

occhi_rossi

“Sa, mi manca / il nostro darci del tu, signorina, / dottoressa – come un morto mi manca.”

Donaera ci mostra la Signorina attraverso pur poche parole, la vediamo mentre “La ciocca: le spacca la fronte in due”, la vediamo soprattutto mentre non guarda lui. Non più. E’ una donna, in effetti, o una Terra (la sua terra, il Salento) colei che lo allontana, dopo che lo ha toccato: “delle dita sulle tempie, dell’unghia sul dente, del palmo sul fondo.”
Un giovane poeta, giovane di composizione, che fa sentire al lettore quello scirocco che soffia sugli scogli, che con la sua prepotente timidezza grida le parole, ulula mentre aspetta. Attende una guerra, lei, qualcuno che lo tocchi, anche uno strofinaccio va bene. L’autore non va alla ricerca, ad ogni costo, di parole che evadano dalle solite tre rime di cuore sole e amore, tuttavia le pone sulla carta improvvise e originali nel mostrarci banalità: “Mi resta solo alitare sul vetro e disegnarti”. Cerca e saluta invano il suo amico partito per sempre – lui stesso bambino? – mentre lei gli pulsa nelle tempie e in ogni sospiro. Lei, ovunque e sempre, la causa di quegli occhi rossi. << E’ bello dirti: “Ti amo” di nascosto, […] dai tuoi prestigiosi “Cos’hai detto?”>>.
Dentro, oltre, in, forse il nostro poeta non si piace, non fino in fondo, non come vorrebbe o dovrebbe; ma l’età per imparare ad accettare le sfumature giungerà, e dopo che tutte queste sue parole avranno umettato quaderni e libri, molto probabilmente non ci racconterà delle sue mancanze come il peggior nemico di sempre, ma piuttosto come alleate.
Qualche citazione illustrata da Luca D’Elia lascia depositare la polvere di queste parole strette, forti, che una volta entrate nel lettore si espandono per trovare un posto, per sedersi. E ci restano, perché Andrea ci piace, si fa volere bene, e pur se confrontato a quei Poeti Maledetti, forse il suo “Occhi rossi” rende omaggio degnamente alla poesia didascalica. Donaera, nel frammentare momenti e circostanze tenta, in effetti, di comporre un continuum, in uno spazio-tempo non troppo definito ma nemmeno imperituro, riuscendo a strappare qua e là sorrisi, obbligati quasi, come quando da bambini si strappano ciuffi d’erba di nascosto, pur di riempirsi le mani di qualcosa che per qualche istante, non rimane che nostro. Proprio come queste parole.
Arricchisce la raccolta l’introduzione di Davide Rondoni che, naturalmente, è una lectio brevis sulla poesia, sullo scrivere, sull’autore e sul vivere: “Le nascite a volte sono nelle crepe”.

Written by Daniela Montanari

 


  • 0

“Il nero e l’argento” di Paolo Giordano

“la sofferenza ci completa anche quando non sappiamo darle un nome”

 

 

Spesso sono le assenze a farci compagnia.
Non si possono toccare né sentire, ma le portiamo dentro.”  (S. Lion)

Babette se n’è andata. Per sempre. È la fine della storia, ma per i lettori del libro è anche l’inizio. Di questo nuovo romanzo di Giordano, “Il nero e l’argento“, che ancora una volta ci affascina per come articola l’uso della lingua italiana: anche quando è duro, per una scomoda verità, ha tratti poetici con cui esprime i concetti più scuri. Babette è un nomignolo per raccontare della signora A.

O per meglio dire, la sua Babette è un pretesto per parlare della vita più in generale: di un matematico che incasella attorno a numeri ogni comportamento (il protagonista); di una moglie (Nora) affettuosa e vivace che diventa impenetrabile quando prova dolore;  di un matrimonio macilento chissà mai perché.

Nel diventare uomo Giordano – evidentemente collocandosi sempre al pari dei personaggi che si agitano tra le pagine dei suoi stessi libri – ci presenta protagonisti più adulti in questo suo nuovo lavoro letterario. Con un occhio di riguardo ai bambini – Emanuele – creando un’identità complessa e cardine, e una dedica lunga quanto dura il susseguirsi delle pagine, alla signora A., un’anziana che si è occupata di loro tre facendoli sentire, alla sua dipartita, orfani.  Come ogni domestica, la loro Babette sostiene la parte della spilorcia, di quella che sa cucire i calzini leccando il filo prima di infilarlo nella cruna, quella che, poi, diventa a tutti gli effetti indispensabile.

All’autore riesce bene ricamare sulle cicatrici, così da non farle più sembrare tali  pur senza dimenticarle. Scrive del dolore dell’animo umano, appartenente a uomo o a donna quasi indifferentemente, in modo naturale. Non desidera cioè che la sua eco rimbombi all’infinito ma ne vuole semplicemente parlare.

Come si fa della lista della spesa, come si legge un cartellone per vedere cosa proiettano al cinematografo. Tentando un’analisi emotiva di chi si cela dietro le parole, si potrebbe azzardare che con il suo debutto letterario (“La solitudine dei numeri primi”) ha fatto pace con l’età dell’innocenza passando il testimone alla giovinezza.

Con il secondo romanzo (“Il corpo umano”) si sia tentato un accurato esame di cosa ti resta in corpo, una volta adulto, dei pensieri con i quali sei cresciuto. Infine ecco il debutto nel mondo adulto, qui, proprio tra queste pagine nelle quali si avvolge e si distende: la sofferenza ci completa anche quando non sappiamo darle un nome. Attraverso i suoi libri quindi riesce a farci sentire tutti allo start, pronti.

Siamo tutti uguali, è come se provocasse in ogni lettore, il sussurrarsi di un mantra: “La mia infanzia non è stata poi così male”.  Paolo Giordano, dopo la laurea in fisica, sta approfondendo gli studio sui quark di 3a generazione, è un fisico che ama i numeri, ma con sicurezza è anche uno scrittore nel più esteso significato del termine: sa scrivere, sa farsi leggere in questo bel libro in cui è lei a fare da sovrana: la mancanza.

 

Written by Daniela Montanari

(Leggi l’articolo anche su http://oubliettemagazine.com )


  • 0

La mia intervista al poeta Gianfranco Corona

Gianfranco Corona è nato a Codigoro(FE). Svolge attività letteraria di poeta e scrive dall’età di 13 anni; vive attualmente a Bologna.

Gianfranco si muove concretamente attraverso ogni singola manifestazione che riguardi la poesia, è coinvolgente, appassionato, sincero, presente. E’ un amico discreto, socievole, dall’animo puro. In una sola parola, è un poeta

 

Nelle poesie di Gianfranco Corona, la luce morbida dell’immaginazione e delle intime aspirazioni illumina molti angoli che teniamo troppo spesso celati nell’ombra degli affanni quotidiani; luce morbida che non ferisce gli occhi e non violenta i contorni delle cose ma piuttosto insegna e induce un mondo diverso di guardare

Ringrazio anzitempo il poeta Gianfranco Corona che si è rivelato un amico oltremodo, poiché nel rispondere alle domande, ci ha fatto dono di sue liriche dilungandosi per meglio rendere i suoi poetici concetti: “Ti cercherò con astuzia in vari travestimenti, solo le guerre senza fine oscurano il tempo.

 

D.M.: Gianfranco, la tua “fabbrica”, odiata e amata, fonte d’ispirazione primaria dalla quale fuggire e alla quale tornare ogni giorno per vederti oggi affermato, da chi è stata deposta? Cosa o chi, oggi, ti fa lottare, combattere, amare e sussurrare parole?

Gianfranco Corona: “Ti cercherò con astuzia in vari travestimenti, solo le guerre senza fine oscurano il tempo”. La fabbrica è stata reintegrata, perché è stata la mia fonte, il mio punto di osservazione e di lettura della realtà e strumento per scrivere ciò che dovevo – origine e destinazione di discorso che ancora non ha  conclusione.

“Read More”

  • 0

“Il più grande miracolo del mondo”, libro di Og Mandino

“Allora e soltanto allora, si  metta in cerca di qualcuno che abbia bisogno di aiuto come ne aveva lei prima. Gli dia due cose: l’amuleto segreto degli straccivendoli e il  Memorandum di Dio”

A Chicago quella mattina, tutte le stazioni radio annunciavano che la tempesta di neve sarebbe durata a lungo ma lui era lì, intendo a gettare briciole agli uccelli. Capelli al vento, lunghi – e in un anziano non è un particolare che passa inosservato – un cane di fianco che gioca con i fiocchi mentre cadono, e il suo sorriso. È quanto rimarrà impresso per sempre nella mente di Og Mandino ogni volta che ripenserà a lui, allo Straccivendolo di Dio.

Il libro “Il più grande miracolo del mondo“ contiene perfino le istruzioni sul come indossare l’amuleto e, soprattutto, sul come diventare questi particolari e affascinanti Straccivendoli. Ma più di ogni altra cosa rimane al lettore la sensazione che allora tutto è possibile, che possiamo sentirci ancora integri nei nostri sogni, nelle nostre peculiarità, nel nostro unico modo di sentirci singolari.

Un piccolissimo libro da leggere più volte, mentre ci facciamo rapire da questo individuo d’altri tempi eppure moderno; che abita lì, di fronte al parcheggio dove ogni mattina, stancamente, chiudiamo più volte l’auto girandoci indietro perché non riusciamo a ricordarci di averla chiusa.

L’antifurto che azioniamo a distanza, continua ad accendere le luci e ad emettere quel doppio sibilo, e noi stanchi della nostra abitudine forse impareremo a chiederci “Simon esiste? Il geranio rosso, in vetro soffiato, lo venderanno pure da qualche parte anche qui”.

È bello sentir parlare di miracoli, è misterioso, impenetrabile, affascinante. E se poi scopriamo che il miracolo possiamo essere noi, occorre deglutire più volte mentre le pagine si voltano da sole, dalla tanta emozione.

Il signor Simon parla con il signor Mandino come un padre fa con un figlio, come si parla a un fratello, all’unico vero amico. Con la mano tesa a lato della bocca come quando da bambini si sussurra “ti confido un segreto”.

Lo sprona a non aver paura, gli continua a dare del lei usando quel pronome personale come fosse un abito per la festa, e gli rammenta che nessun problema è facile, eppure in ognuno di noi, una luce-guida arde dentro.

E come scrisse Emerson “La nostra forza nasce dalla debolezza, così ogni uomo colpito, tormentato, sconfitto ha la grande opportunità di mettersi in contatto con il proprio sé spirituale, per guarire dalla follia della presunzione.

 

Written by Daniela Montanari

(Leggi l’articolo anche su http://oubliettemagazine.com )


  • 0

La mia intervista a Rebecca Domino per il suo “La mia amica ebrea”

In “La mia amica ebrea” Josepha, quindicenne, cresciuta in una famiglia di educazione nazista – ammesso e non concesso che si potesse essere liberi di scegliere – si trova spaventata davanti alla decisione del padre, di nascondere in casa una famiglia di ebrei.

Rina, la ragazzina ebrea che vive nella loro buia soffitta, ha la sua stessa età e – anche lei spaventata consapevole del rischio che tutti quanti stanno correndo – si ritrae quando Josepha porto loro il poco cibo avanzato.

Se non ci fosse la guerra là fuori, nel  mondo reale, potrebbero diventare amiche Josepha e Rina?

Oppure non è possibile amare le persone che non condividono il nostro stesso modo di vivere il pensiero?

Soprattutto, questa giovane donna toscana il cui pseudonimo è Rebecca Domino, saprà appassionare in modo nuovo, il  così tanto discusso, dimenticato, ripescato, sostenuto e taciuto Olocausto?

Rebecca Domino è stata molto disponibile nel rispondere a qualche nostra domanda. Buona lettura!

“Read More”

  • 0

La ricchezza

ricchezza

I fratelli Pedrotti  sono il fulcro di tutto quanto: Fabrizio col suo fascino e con la sua mole sovrasta ogni compagno, sia di classe sia di sport; Mario, gracile e portatore sano di gargalesi, rappresenta la follia carismatica del solitario; infine Maddalena, una ragazza coi ricci dei capelli color di certe alghe del mare. A dividerli e ad unirli allo stesso tempo c’è Giovanni, da sempre, da quando andavano alla stessa scuola, anche se per tutti sarà sempre Hitchcock. Frequenta la loro casa, a tutte le ore del giorno e delle notte, raccogliendo oggetti appesi alle maniglie delle porte. Lascia che, prima Fabrizio e poi Mario, si mettano a copiare i suoi compiti di greco e latino e si lascia umiliare da Maddalena e dai suoi mutevoli fidanzati: Hitchcock accetta qualsiasi condizione pur di far parte della loro casa e della loro vita anche dopo, quando nessuno è più ragazzo, o ragazza, quando non si ride più, e quando ciascuno vive in continenti differenti …

“Read More”

  • 0

Padrona e amante

padrona

Alla stazione, sulle sponde del fiume Nila, arriva Chris Stewart. Si è lasciato da alcune ore Manhattan alle spalle trovandosi qui dinanzi  a scale metalliche di una stazione di provincia, col suo inseparabile violoncello sulle spalle. È giunto fino a qui per conoscere e intervistare Koman, un anziano danzatore di kathakali: la danza antica più famosa in India e in particolare qui, nella sua regione del Kerala. È una rappresentazione artistica che, si dice, include diverse forme di arte insieme: letteratura, musica, pittura, arte drammatica e danza. Chris vuole saperne di più e Koman, pur avendo accettato l’intervista di questo viaggiatore e scrittore, sembra restio a parlare di sé e della sua danza. Koman ha una bellissima nipote, Radha, sposata a Shyam, che Chris pronuncerà Scem, e tutti quanti si occuperanno dell’ospite. Shyam è proprietario di un resort, il Near-the-Nila, in cui Chris si guarderà intorno dapprima smarrito in questa terra così diversa dal mondo a lui conosciuto, che poi diverrà una terra, vista dal quarto pilone del ponte, da cui si potrebbe desiderare di non ripartire mai più. L’intervista pianificata nel come e quando dal vecchio zio, Koman, da movimento a suggestioni e brividi, a mani intrecciate, a sedie che si dondolano, occhi che si incrociano e sguardi che non si lasciano più…

“Read More”

  • 0

Io prima di te

io-prima-di-te

Louisa vive all’ombra del Castello di Stortford, in Inghilterra. Le piace contare i passi che distanziano la fermata dell’autobus a casa: l’ha sempre fatto, è un meccanismo automatico. Pur di sentirsi utile alla sua famiglia, o meglio indispensabile, è disposta ad accettare un lavoro difficile: tenere compagnia a Will,  tetraplegico a causa di un incidente, scontroso, solitario e pungente oltremodo. È una ragazza che si adatta molto facilmente, e anche se questa volta è difficile riuscire a sorridere come le verrebbe spontaneo, tenta ugualmente di sconfiggere quella parete che li tiene lontani: da una parte Lou, una ragazza che potrebbe chiedere al mondo qualsiasi cosa per le potenzialità che spiccano in lei; dall’altra Will che delle proprie potenzialità aveva riempito la vita e ora non pretende altro che farla finita. Le spetta un compito astruso, non solo di fargli da dama di compagnia e preparargli un buon tè, e Lou si sente prontissima, ma poi no, ma poi sì, poi non lo sa. Certo, visto da vicino, con un bel taglio di capelli e rasato di fresco Will è un bel ragazzo, Lou non se lo confessa ma quell’odore di pulito sul collo mentre gli si avvicina per aiutarlo a bere dalla cannuccia la inebria…
Certamente un libro rosa, un libro per donne, un libro d’amore; quello che non lo rende stereotipo è l’attendibilità non solo dei due protagonisti e della loro relazione straordinaria

“Read More”

  • 0

A chi vuoi bene

A chi vuoi bene

Non sempre la neve fa pensare al candore, alla purezza. In questa domenica mattina il cadavere di Brian, marito modello, padre esemplare, giace sul pavimento della loro casa, al centro del loro giardino. In tutta questa perfezione cosa è accaduto? La moglie – d’ora in poi soltanto la vedova Leoni – è in stato di shock. Sì, perché al rientro dal suo turno di notte Tessa, poliziotta, ritrova solo il  corpo esanime di Brian, mentre Sophie, la sua bambina, la sua salvezza, la sua unica ragione di vita, in casa non c’è. Dove si è nascosta? Qualcuno l’ha rapita? Perché? Si mobilitano più squadre di sbirri di più distretti, e il sergente D.D. Warren. È bella e pungente,  meticolosa ma distratta da improvvisi conati di nausea: non sa ancora se è perché dorme troppo poco, o perché lavorare allo stesso caso con Bobby, suo ex, la faccia sentire più vulnerabile o addirittura, proprio nel bel mezzo di questa operazione in cui deve ritrovare e salvare una bambina scomparsa, non sarà in dolce attesa lei stessa? Francamente, a D.D. non convince per niente la deposizione di Tessa. Il fatto che siano entrambe poliziotte non le aiuta a considerarsi unite, piuttosto prende forma una sorta di competizione che sposta quasi l’obiettivo: per la Warren diventa a tratti più importante trovare il capo d’accusa per smascherare finalmente l’agente Leoni, oltre che per l’omicidio di suo marito, anche per la scomparsa della loro bambina…

I nuovi guru della felicità insegnano che possiamo dire “Amo te” ma mai chiedere “E tu, mi vuoi bene?”. In amore non si mendica. Quando si legge, più e più volte nel libro, “A chi vuoi bene” pronunciato dai personaggi che dopo brevi pagine distingui già con volti, abiti e modi di camminare, è come se si sentissero note stridenti che sbattono di qua e di là. Come gessi sterili che graffiano una lavagna senza diventar frasi. A tratti si prendono le parti di Tessa Leoni, a tratti di D.D.Warren ma, in effetti, non si desidera che diventino amiche: la loro dualità fa sentire il lettore con una parte cattiva che emerge, alternata alla buona che avanza, e di nuovo su e giù, buoni e cattivi, notte e giorno, peccato e perdono. La follia dell’agente Leoni avrà o no avuto il sopravvento sulla sparizione della figlia Sophie? È pazza, ha già ucciso anche in passato, non le fa paura nulla. Viene spontanea la richiesta “Fate pace suvvia, trovate Sophie!”. I bambini li vorremmo sempre fuori dal gioco d’azzardo, dal riciclaggio, dalla gelosia, dalla follia degli adulti. Ci piace lasciarli incontaminati su quei parchi mentre pedalano in discesa, con la loro bambola di pezza che sbuca dalla tasca.

Trovi la recensione anche su  http://www.mangialibri.com/node/13101


  • 0

Splendore – Margaret Mazzantini

splendore

Guido e Costantino. E l’infanzia, le schiene curve sui libri, la solitudine, le risa, la scoperta del mondo. “Sono il suo tiepido piumaggio d’amore”. La poesia si alterna alla cattiveria degli adolescenti, degli altri, sempre gli altri. Lo splendore, tutto gli ruota intorno, diplomi, viaggi all’estero, figli. E a tratti Guido e Costantino, ma non viceversa. Invertendo l’ordine dei fattori qui cambierebbe ogni cosa. Leni scriverà quelle parole per ricordare sempre Izumi “Chiedere è vergogna di un minuto, non chiedere è vergogna di una vita”.. Vergogna chi, di cosa? Vita chi, che cosa?   “E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere che cos’è la natura”.

Attraverso Guido si può vivere una vita, dal fiocco azzurro esposto fuori nel portone del palazzo, alla carriera universitaria, alla resa, all’amore: tutto. A tratti molto faticoso, in altri davvero volgare, è comunque bene proseguire nelle pagine: certe cose vanno dette forse solo come sono, senza traduzione di buona famiglia. Crudeltà e poesia ballano girotondi di amore, di amicizia, di solodiosacosa. E alla fine del viaggio, del nostro viaggio, non solo di Guido o di Costantino ma di tutti quanti noi, dobbiamo accettare, per sentirci liberi e morire in pace amen, la nostra unicità, il nostro essere diversi da chiunque.

 


  • 0

L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore

La storia con Jacques è iniziata forse nel peggiore dei modi, eppure lei si è lasciata afferrare per mano: per andare dove? Fuori, a fare un giro, “perché la vita passa”. L’amore arriva senza avvisare, l’amore arriva quando non lo cerchi più, l’amore arriva anche se non vuoi, anche se hai già un altro, anche se niente, nessuno è perfetto. Non esistono persone da amare e altre da non amare, ma soltanto mille e mille storie che aspettano di essere raccontate. Capire che abbiamo un vuoto, imparare ad accettarlo e ad accettare soprattutto che laddove noi abbiamo il nostro vuoto nessun altro può colmarlo. Si chiama “vuoto d’amore”: qualcosa o qualcuno ci ha ferito profondamente lasciandoci monchi, e con quel  nostro inconsistente spazio dobbiamo trovare un nuovo equilibrio. Siamo esseri imperfetti, sbagliati e così anche le relazioni che viviamo sono sempre imperfette. E con l’amore c’entrano poco o nulla. “Si ama quella ferita che lui o lei portano dentro”…
Michela Marzano è una filosofa che non sempre ci semplifica la vita: gli interrogativi che pone a se stessa restano impigliati tra i pensieri come capelli crespi nel pettine. Se l’amore c’è e rimane per tutta la vita, poi il rapporto perché finisce? In realtà se le domande restano senza risposta evidenziano soltanto qualche nostra lacuna, e se facciamo come lei, se impariamo a dirci carenti, difettosi, insufficienti, sarà molto probabile che un qualche Jacques, una qualche Jacqueline arrivino nelle nostre vite facendoci dire che L’amore è tutto. Nel mettere a nudo la sua vita è palpabile quanto amore la Marzano metta nella paura; proprio raccontando la certezza temendo che svanisca, per divenire disorientamento. Talvolta le frasi sono ripetute più e più volte nel susseguirsi dei concetti, e trovo questa norma molto informale autentica e per questo molto credibile. La immagino mentre solleva il viso per guardare sopra gli occhiali, poi ancora attraverso, e ho l’impressione che parli – che scriva – solo per me, perché io possa capire, comprendere, fare pace. In questa nuova autobiografia c’è tanto per noi, tanti doni che restano tra le pagine e il naso del lettore, a mezz’aria, prima di scegliere se fare nostre quelle parole, se accettarle (accettando che siamo mancanti).  L’amore, quello vero, non si può conoscere né incontrare, né sognare e nemmeno immaginare se prima non abbiamo scandagliato la nostra anima e imparato ad amare ogni assenza, quel vuoto creato dalle ferite di quando l’amore – da bambini – si dovrebbe ricevere incondizionatamente. Si dovrebbe.  “[..] Finché il mio io bambino non è stato amato io ero a pezzi. Amandomi come si ama un bambino lei mi ha aggiustato” scriveva Ronald D. Laing ne L’io diviso.

Leggi la recensione anche su Mangialibri

Leggi l’intervista a Michela Marzano


  • 0

Il corpo docile

Il terzo compleanno di Milena è un traguardo importante, devastante, iniziatico, retroattivo, che le pulsa addosso, ma niente torta, niente candeline. Milena è macchiata di una colpa dalla quale non si può allontanare, né chiedere perdono a un padreterno supremo: è nata in carcere.

Tra i carcerati c’è un codice d’onore severo, e tra le carcerate donne si accentua laddove la mamma che partorisce in carcere è lì per aver difeso, oltremodo, il suo amore, la sua vita e quella che continua. Se una donna ha tentato un omicidio in seguito a minacce ricevute dal padre della creatura, è praticamente in pole position. I valori in galera sono forti, l’amicizia è pelle a pelle, così come la cattiveria è sconfinata. Oggi Milena è adulta, ventenne, ma il suo è un marchio a fuoco, un tatuaggio sul viso. Il suo peccato, che per altro non ha commesso – nascere in carcere – la fa sobbalzare ad ogni temporale, e non la sa più far ridere a crepapelle, un regalo che la vita si è presa assieme al resto. C’è per fortuna un giorno alla settimana in cui è felice, in cui lei stessa soccorre a sua volta, durante il quale Marlon le regala sorrisi e abbracci, tutti per lei. Talvolta sono insieme tutti e tre: Milena, Marlon e pure Eugenio. Il corpo docile  è un libro piuttosto granitico,  saldo,  e i personaggi uniti dal carcere e da Rosella Postorino hanno un volto, si vedono attraverso le pagine, si riescono ad immaginare, l’odore di muffa e di sigaretta spenta arriva alle narici del lettore.

Viene da chiedersi se il titolo sia una domanda: “Il corpo è docile? – o piuttosto un’asserzione. Il nuovo lavoro della Postorino, righe fitte che parlano di Milena, dei bambini nati in carcere, della colpa, dell’indulto. Tutti noi coinvolti nella non ancora risolta questione della dignità in cella (si, qualcuno sputa sentenze: Quale dignità,  se sei in galera sei un delinquente) ……

continua a leggere su http://www.mangialibri.com/taxonomy/term/13048


  • 2

Milioni di Farfalle

farfalla7Appassionata delle NDE (Esperienze di Premorte), appassionata di come coloro che ritornano iniziano a vivere una vita piena di umanità, amore, beatitudine, e grazie a coloro che lo hanno commentato prima di me, ho voluto anche io tenere tra le mani…
farfalla4

 ..Milioni di Farfalle .. Voglio perdermi nel blu, voglio volare, voglio diventare farfalla..

 

<< Il Paradiso esiste. Ci sono stato. >> Eben Alexander
Milioni di Farfalle Eben Alexander

Renè Descartes (1596-1650) : “Se vuoi diventare un vero cercatore della verità, almeno una volta nella tua vita devi dubitare, il più profondamente possibile, di tutte le cose”.

Appena ho toccato il libro mi è salita una vampata di calore, di pianto, ho udito mille farfalle piangere. O ridere. O almeno così mi è sembrato.  E tra le mani è iniziata la storia, che è del dottor Eben Alexander in questo caso ma che è di tutti noi alla fine. Più leggevo e più cercavo di metabolizzare che il cervello è una fabbrica, uno stabilimento a ciclo continuo dove la coscienza prende forma, (meglio dire prende vita? più corretto asserire si crea?)  più mi accorgevo che sappiamo così poco di quel misterioso mondo che abitiamo, che portiamo a spasso e che esibiamo o che nascondiamo per vergogna, o che dimentichiamo da qualche parte. Come abiti vecchi, stropicciati e non alla moda.

Immaginare che in un giorno d’inverno, mentre tu non sei più nulla disteso su un letto freddo col respiratore che batte monco senza considerare un ritmo, in quell’attimo una farfalla si prenda cura di te,

“Read More”


  • 0

Fare i conti con la vita

Dalle regole del management alla scoperta dei veri valori dell’esistenza.

Fare-i-conti-con-la-vita

Compralo su il Giardino dei Libri

<< L’unico modo per essere davvero soddisfatti è fare ciò che pensate sia un gran bel lavoro. E l’unico modo per fare un gran bel lavoro è amare ciò che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercarlo. Non arrendetevi. Come avviene in tutte le faccende di cuore, quando l’avrete trovato ve ne accorgerete >>. Steve Jobs

Tra queste pagine si legge di come raggiungere la felicità nella carriera, di come cercare di individuare la strategia migliore piuttosto che di equilibrio tra calcolo e serendipità. Ma non si pensa che pochi istanti al lavoro o alla carriera bensì al nostro scopo in questa vita, oggi. Adesso.  La panoramica è fotografata a tutto tondo pertentare di far conoscere perchè alcune aziende funzionano e primeggiano sui mercati mondiali (Ikea) e altre no (qui l’elenco è inesauribile) ed è interessante proprio la parte umana degli ingranaggi lavoro-successo-quotazioni-in-borsa  eccetera. “Imbarchereste i vostri figli sulla nave di Teseo?” Plutarco ha messo per iscritto un enigma dove gli Ateniesi si erano impegnati a conservare in ottimo stato la nave di Teseo nel porto di Atene. Man mano che le parti della nave si deterioravano venivano cambiate.. finchè ad un certo punto tutte le parti erano state sostituite. L’enigma era il seguente: dato che ogni parte era stata sostituita, era ancora la nave di Teseo? Poteva esserlo ancora davvero?

Il paradosso è tentare di trasformarla in una domanda filosofica: se i vostri figli attingono priorità e valori da altre persone.. di chi sono figli?

Sono soltanto esempi per incuriosire chi pensa che in un’aula della Harvard Business School si faccia solo di conto, di formule, di business.. soprattutto quando l’insegnante sta per fare un bilancio, forzato, per il sopraggiunto nemico in corpo: la sua grave malattia.

Molto spesso consideriamo un’azienda, un’impresa, come qualcosa di “costruito”, di “non-reale” in un certo senso perchè il mercato non segue poi il corso della vita. E invece sono proprio le persone, con le loro idee, le loro determinazioni, la loro educazione e dedizione a fare di un’azienda una GRANDE impresa. Quello che gli uomini mettono nella materia che toccano e di cui si servono trasforma ogni risultato finale. Se ci mettiamo il cuore quale impresa della vita potrebbe diventare la nostra Terra! Avere delle amicizie, una famiglia, crescere dei figli, non è forse la società per azioni più importante, più ricca, da salvaguardare prima e più d’ogni altra?

Per imparare a Fare i conti con la vita è pertanto considerevole comprendere cosa glorifica un rapporto e cosa lo inficia; quando per un’impresa (e per i rapporti inter-stra-personali) è più opportuno diversificare o espandere i capitali; e soprattutto.. saper distinguere se il frappè è troppo fruttoso o troppo frullato !

 


  • 0

Guardami

 

Guardami di Jennifer Egan

guardami

Leggere per il piacere di cogliere dialoghi perfetti nella sintassi e appassionanti nella trama; leggere appagati; leggere e inabissarsi nel tempo parallelo, appunto quello che si visita quando ci si immerge come bambini altrove.

Charlotte, ex modella per cause di forza maggiore  (in fondo siamo tutti ex-qualcosa)

“Read More”


  • 0

Il Rivoluzionario

Il_rivoluzionario

di Valerio Varesi

Oscar e Italina, i due maggiori protagonisti, ci raccontano la loro storia, che è la nostra storia, un pretesto per vedere attraverso i loro occhi cosa ha trasformato una non-rivoluzione in un conservatorismo banale. In quegli anni, nei quali Oscar andava in sezione (non tutti possono comprendere cosa significhi, pazienza!) e poi in comune al fianco del sindaco, e poi tra i vertici dell’allora partito comunista, io non esistevo. Non avevo compiuto nemmeno un balzo informe nei liquidi sacri delle creste iliache: non ero, punto. Ma so, sapevo (mi hanno raccontato) ho saputo, qualcuno mi ha riferito che sono stati anni bellissimi, la guerra era finita, le lotte col  <<    Sciur padrun da li béli braghi bianchi fora li palanchi fora li palanchi >> erano state surclassate e iniziava il rispetto per il lavoratore, si respirava voglia di rinascita.. Tutto vero, ma manca quel pezzo che ci lascia intravedere il romanzo (certo, è un romanzo, è una storia enfatizzata) di Varesi: il grande assenteista. In pochi, tra coloro che erano adulti nel primo dopoguerra, albergava un Rivoluzionario; nella restante maggioranza viveva il pressapochista. E senza la libera insurrezione, prima dell’anima e poi del corpo, non si può trovare la pace. Anche alle persone che si rivolgono allo specialista, che vanno “in analisi” perchè si sentono in crisi viene loro spiegato di cercare la rabbia, di darle voce, accettarla per poi vederla finalmente svanire nel cammino accanto al proprio. Accorgersi, Accettare, Progredire.

Dove siamo finiti invece?

Italina in quegli anni è affascinata dall’operato di Padre Marella, ne ascolta i sermoni, li trasmigra a casa attorno a quella tavola rossa, un rosso comunista; e Oscar non può far altro che ascoltare, ascoltarla: è innegabile che i preti , in quella Bologna di fantasia, un Don Olinto in particolare, fossero davvero attenti ai bisogni degli ultimi, dei poveri, dei lavoratori umiliati. “E’ più utile alla causa degli ultimi don Olinto o Rangoni che se ne sta tutto il giorno a discutere di politica [..] gira in macchina e mangia nei ristoranti?”. Io non c’ero nella Bologna dei catto-comunisti, ma la trovo purtroppo innegabilmente simile, sia pure meno peggio, della Bologna di oggi, del 2013.

Accade anche dell’altro ai due coniugi, militanti, ex-partigiani. Capitano altri aneddoti, intrecciati mirabilmente tra loro, ma a me rimbomba una domanda senza musica in sottofondo: e se ci fosse stata quella Rivoluzione?

Mi serve per immaginare un mondo migliore, più pulito, senza acredine di confine. Mi serve, mi ci aggrappo e resto appesa lungamente fino a tardi. E’ buio quando mi sveglio, e digito convulsamente in internet: niente.

E’ confermato, non era un sogno, non s’è fatta davvero, purtroppo, nessuna Rivoluzione..

 


  • 0

IO E TE

io-e-te-ammaniti

Lorenzo li frega tutti, nella sua adolescenza che sfila accanto ad un surrogato dell’autismo, e parte per una settimana buia. Cioè, per i genitori sarà una settimana bianca nella loro conosciuta Cortina, ma in realtà lui vive di sogni irrealizzati, e sarà una settimana buia, nella sua cantina. Una trappola d’amore che si è costruita lui stesso, giorno per giorno, con carciofini e tonno sott’olio, wafer, e tanta musica. Si trova vittima di un agguato d’amore, sua sorellastra Olivia che gli chiede asilo, non sa più dove sbatter la testa. Nella sua incoerenza, nel suo essere esile e timido e difficile e diverso, reagisce prima con dei no e poi con le botte, si picchiano davvero, come solo due fratelli che si amano possono fare. E la settimana buia trascorre anche con poche imprecisioni temporali, obbligando a farti fare una pausa: i cellulari così largamente diffusi tra ragazzi nel 2001? naaaaa.. La cinquecento come auto da belle spavaldine nel 2001? naaaa.. Ma dura un lampo, e Ammaniti come già per altre volte ti strattona e ti riporta lì, tra le parole che graffiano e curano, che gridano sottovoce, che speri finiscano durando per sempre.  Se chiudo gli occhi vedo la penombra sulla quale, coricati, respirano l’Amore che li lega, loro sì che sono proprio fratelli!  Fino al 2011 a Cividale del Friuli, esattamente dieci anni dopo, fino alla fine ..