Category Archives: le recensioni della Dani

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Fiori d’asfalto ed altre solitudini – poesie di Allan Corsaro

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Alcune nuove perle si aggiungono alla collana “Billie – Poesie” : sono le parole di Allan Corsaro nel suo “Fiori d’asfalto ed altre solitudini”.

<< Dimentico

passi d’asfalto e scatti turbo diesel
odore di pietra e polvere
strade senza memoria e muri che tacciono  […]
Dimentico

la rabbia che abbaia
in un angolo di deserto

occhi di ferro
sotto cieli antichi […]

è inutile tutto questo accalcarsi eppure necessario
dovrei uscire più spesso. >>

Un giovane compositore di penna e di età: di quadri
Dentro le cornici parole corrosive ma che non lasciano cicatrici.
Il taglio che evocano tra un verso e un altro, viene tamponato e subito suturato dai colori intento a mostrare

“una puttana è accovacciata
lungo l’asfalto grigio del cielo
ed un unico raggio di sole la sfiora
mentre accarezza un gatto”.

Ecco, i gatti. A Corsaro piacciono molto. Così come le bottiglie vuote, le ombre, gli occhi – sempre presenti – e l’incontenibile, irrefrenabile impeto che urla: amo la Poesia!!
Sì, perché occorre essere tanto tanto coraggiosi per arrivare a scrivere “la ruggine sugli alberi” o “scrivo di pomeriggio perché è più semplice morire”;
o ancora “carta straccia ad elemosinare il vento”. Tanta poesia=tanto coraggio, e il connubio non sembra dovuto soltanto alla giovanissima età dell’autore
quanto a una malattia per la quale nessuno cerca un antidoto. Perché scrivere non sempre è liberatorio, può essere anche dannazione.
Soprattutto quando non si trova pace nemmeno con le parole che, solo dopo averle scritte, vengono viste veramente.

“Scavo la terra
a mani nude
in cerca del cuore di mio padre
che lo so che è qui da qualche parte”.

Certo Corsaro dovrà impegnarsi parecchio con la prossima silloge. Dovrà farlo per noi lettori ma soprattutto per scavare un alveo entro il quale
far scorrere al sicuro le sue parole, i suoi schianti, gli occhi che cercano occhi e trovare così il coraggio di dichiararsi a “Lei”.

 

 


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Rocchetta Mattei

Dopo un restauro durato dieci anni, la Fondazione Carisbo ha restituito al pubblico questo complesso monumentale di rara bellezza.IMG_3227

IMG_3232 IMG_3242 L’incanto non è tanto dovuto all’ architettura particolare e falsata – che può piacere o meno – quanto alla magia di cui alcune sale sono sature. Una fusione di stili, alterati volutamente dal genio, al solo scopo di rendere il più ospitale possibile ciascuna sala di cura. Il conte Cesare Mattei, studioso dell’omeopatia e amico di Minghetti e Andrea Costa, attorno al 1881 fonda un nuovo metodo di cura che chiamerà Elettromeopatia.  Nato da famiglia agiata, ha così tanti possidimenti che si permette di curare gratuitamente le persone bisognose nella sua dimora, a cui riserva le sale più esterne e alcuni villini a ridosso della Rocchetta stessa. Cesare Mattei è un genio del suo tempo, e nonostante farmacologia e medicina ufficiale rendessero difficile il progredire dei suoi studi, le sue ricette si diffusero presto in molte parti del mondo assieme ai suoi libri di ricerche.

Mattei, in quella rocca di stile indefinito, aveva visioni, idee e riceveva amore dai suoi pazienti eternamente grati per le guarigioni e questa mistura eterea dimora ancora nelle sale.
E’ una visita guidata che dura all’incirca un’ora e che vale assolutamente: si esce abbracciati dal mistero e dalla magia come quando da bambini si ascoltano le fiabe: non è importante se è tutto vero o tutto inventato, la favola regge così come viene narrata. E a volte scoprire che c’è il trucco è una delusione sterile che non conforta l’anima.

E di anima, il dottor Mattei, ne aveva un immenso rispetto…

Rocchetta Mattei, Grizzana Morandi (Bo) – si consiglia la prenotazione


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“Occhi Rossi” – poesie di Andrea Donaera

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“Sa, mi manca / il nostro darci del tu, signorina, / dottoressa – come un morto mi manca.”

Donaera ci mostra la Signorina attraverso pur poche parole, la vediamo mentre “La ciocca: le spacca la fronte in due”, la vediamo soprattutto mentre non guarda lui. Non più. E’ una donna, in effetti, o una Terra (la sua terra, il Salento) colei che lo allontana, dopo che lo ha toccato: “delle dita sulle tempie, dell’unghia sul dente, del palmo sul fondo.”
Un giovane poeta, giovane di composizione, che fa sentire al lettore quello scirocco che soffia sugli scogli, che con la sua prepotente timidezza grida le parole, ulula mentre aspetta. Attende una guerra, lei, qualcuno che lo tocchi, anche uno strofinaccio va bene. L’autore non va alla ricerca, ad ogni costo, di parole che evadano dalle solite tre rime di cuore sole e amore, tuttavia le pone sulla carta improvvise e originali nel mostrarci banalità: “Mi resta solo alitare sul vetro e disegnarti”. Cerca e saluta invano il suo amico partito per sempre – lui stesso bambino? – mentre lei gli pulsa nelle tempie e in ogni sospiro. Lei, ovunque e sempre, la causa di quegli occhi rossi. << E’ bello dirti: “Ti amo” di nascosto, […] dai tuoi prestigiosi “Cos’hai detto?”>>.
Dentro, oltre, in, forse il nostro poeta non si piace, non fino in fondo, non come vorrebbe o dovrebbe; ma l’età per imparare ad accettare le sfumature giungerà, e dopo che tutte queste sue parole avranno umettato quaderni e libri, molto probabilmente non ci racconterà delle sue mancanze come il peggior nemico di sempre, ma piuttosto come alleate.
Qualche citazione illustrata da Luca D’Elia lascia depositare la polvere di queste parole strette, forti, che una volta entrate nel lettore si espandono per trovare un posto, per sedersi. E ci restano, perché Andrea ci piace, si fa volere bene, e pur se confrontato a quei Poeti Maledetti, forse il suo “Occhi rossi” rende omaggio degnamente alla poesia didascalica. Donaera, nel frammentare momenti e circostanze tenta, in effetti, di comporre un continuum, in uno spazio-tempo non troppo definito ma nemmeno imperituro, riuscendo a strappare qua e là sorrisi, obbligati quasi, come quando da bambini si strappano ciuffi d’erba di nascosto, pur di riempirsi le mani di qualcosa che per qualche istante, non rimane che nostro. Proprio come queste parole.
Arricchisce la raccolta l’introduzione di Davide Rondoni che, naturalmente, è una lectio brevis sulla poesia, sullo scrivere, sull’autore e sul vivere: “Le nascite a volte sono nelle crepe”.

Written by Daniela Montanari

 


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Una storia sbagliata – film di Gianluca Maria Tavarelli

Roberto e Stefania si amano, e come ogni coppia di innamorati sogna un futuro, il futuro. Questa volta non è rappresentato da una casa spaziosa per accogliere l’arrivo di un figlio, né di un lavoro impiegatizio, né dal pranzo domenicale a casa dai suoceri. Il futuro in questa storia è, per Roberto, immaginare di tornare: da e per l’Iraq, poiché militare di una missione di pace; per Stefania il futuro è vedere Roberto tornare ogni volta. Nessuno dei due innamorati però ha fatto i conti con la vita, che per loro sembra essere, appunto, una continua storia sbagliata, è una storia da dimenticare / è una storia da non raccontare / è una storia un po’ complicata / una storia sbagliata.

La regia non vuole cimentarsi in una fotografia da effetto ad ogni costo, tanto che tutto il film è spesso ambientato all’interno, attraverso una webcam o al più su una strada che attraversa chilometri di deserto. L’espressività della Ragonese conferma la sua bravura, e la recitazione di Scianna è più che sufficiente. Molto intensa la recitazione del coprotagonista belga Mehdi Dehbi, che nel film riveste il ruolo di un interprete iracheno, Khaleed. (Lo abbiamo già visto in “Il figlio dell’altra”, dove non è riuscito ad affermarsi come invece fa in questo film).

E’ una narrazione composta di continui flashback ambientati tra Gela e Nassiriya ma soprattutto tra la rabbia e il baratto, tra la vendetta e il perdono. Un matrimonio, un kamikaze, un ospedale, un interprete e due donne, in una cornice davvero ben fotografata.

La regia di Tavarelli che dopo aver diretto numerose miniserie televisive torna al cinema – in questo esperimento di prima visione cinematografica e in streaming sul web – merita assolutamente le ultime due ore al chiuso, prima della pausa estiva.

 


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“Il nero e l’argento” di Paolo Giordano

“la sofferenza ci completa anche quando non sappiamo darle un nome”

 

 

Spesso sono le assenze a farci compagnia.
Non si possono toccare né sentire, ma le portiamo dentro.”  (S. Lion)

Babette se n’è andata. Per sempre. È la fine della storia, ma per i lettori del libro è anche l’inizio. Di questo nuovo romanzo di Giordano, “Il nero e l’argento“, che ancora una volta ci affascina per come articola l’uso della lingua italiana: anche quando è duro, per una scomoda verità, ha tratti poetici con cui esprime i concetti più scuri. Babette è un nomignolo per raccontare della signora A.

O per meglio dire, la sua Babette è un pretesto per parlare della vita più in generale: di un matematico che incasella attorno a numeri ogni comportamento (il protagonista); di una moglie (Nora) affettuosa e vivace che diventa impenetrabile quando prova dolore;  di un matrimonio macilento chissà mai perché.

Nel diventare uomo Giordano – evidentemente collocandosi sempre al pari dei personaggi che si agitano tra le pagine dei suoi stessi libri – ci presenta protagonisti più adulti in questo suo nuovo lavoro letterario. Con un occhio di riguardo ai bambini – Emanuele – creando un’identità complessa e cardine, e una dedica lunga quanto dura il susseguirsi delle pagine, alla signora A., un’anziana che si è occupata di loro tre facendoli sentire, alla sua dipartita, orfani.  Come ogni domestica, la loro Babette sostiene la parte della spilorcia, di quella che sa cucire i calzini leccando il filo prima di infilarlo nella cruna, quella che, poi, diventa a tutti gli effetti indispensabile.

All’autore riesce bene ricamare sulle cicatrici, così da non farle più sembrare tali  pur senza dimenticarle. Scrive del dolore dell’animo umano, appartenente a uomo o a donna quasi indifferentemente, in modo naturale. Non desidera cioè che la sua eco rimbombi all’infinito ma ne vuole semplicemente parlare.

Come si fa della lista della spesa, come si legge un cartellone per vedere cosa proiettano al cinematografo. Tentando un’analisi emotiva di chi si cela dietro le parole, si potrebbe azzardare che con il suo debutto letterario (“La solitudine dei numeri primi”) ha fatto pace con l’età dell’innocenza passando il testimone alla giovinezza.

Con il secondo romanzo (“Il corpo umano”) si sia tentato un accurato esame di cosa ti resta in corpo, una volta adulto, dei pensieri con i quali sei cresciuto. Infine ecco il debutto nel mondo adulto, qui, proprio tra queste pagine nelle quali si avvolge e si distende: la sofferenza ci completa anche quando non sappiamo darle un nome. Attraverso i suoi libri quindi riesce a farci sentire tutti allo start, pronti.

Siamo tutti uguali, è come se provocasse in ogni lettore, il sussurrarsi di un mantra: “La mia infanzia non è stata poi così male”.  Paolo Giordano, dopo la laurea in fisica, sta approfondendo gli studio sui quark di 3a generazione, è un fisico che ama i numeri, ma con sicurezza è anche uno scrittore nel più esteso significato del termine: sa scrivere, sa farsi leggere in questo bel libro in cui è lei a fare da sovrana: la mancanza.

 

Written by Daniela Montanari

(Leggi l’articolo anche su http://oubliettemagazine.com )


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La mia intervista al poeta Gianfranco Corona

Gianfranco Corona è nato a Codigoro(FE). Svolge attività letteraria di poeta e scrive dall’età di 13 anni; vive attualmente a Bologna.

Gianfranco si muove concretamente attraverso ogni singola manifestazione che riguardi la poesia, è coinvolgente, appassionato, sincero, presente. E’ un amico discreto, socievole, dall’animo puro. In una sola parola, è un poeta

 

Nelle poesie di Gianfranco Corona, la luce morbida dell’immaginazione e delle intime aspirazioni illumina molti angoli che teniamo troppo spesso celati nell’ombra degli affanni quotidiani; luce morbida che non ferisce gli occhi e non violenta i contorni delle cose ma piuttosto insegna e induce un mondo diverso di guardare

Ringrazio anzitempo il poeta Gianfranco Corona che si è rivelato un amico oltremodo, poiché nel rispondere alle domande, ci ha fatto dono di sue liriche dilungandosi per meglio rendere i suoi poetici concetti: “Ti cercherò con astuzia in vari travestimenti, solo le guerre senza fine oscurano il tempo.

 

D.M.: Gianfranco, la tua “fabbrica”, odiata e amata, fonte d’ispirazione primaria dalla quale fuggire e alla quale tornare ogni giorno per vederti oggi affermato, da chi è stata deposta? Cosa o chi, oggi, ti fa lottare, combattere, amare e sussurrare parole?

Gianfranco Corona: “Ti cercherò con astuzia in vari travestimenti, solo le guerre senza fine oscurano il tempo”. La fabbrica è stata reintegrata, perché è stata la mia fonte, il mio punto di osservazione e di lettura della realtà e strumento per scrivere ciò che dovevo – origine e destinazione di discorso che ancora non ha  conclusione.

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“Lo Sfidante” – film documentario di Giulio Achilli

Già l’incipit è di buon auspicio:  ” L’Avversario ha il volto velato. Il tuo.”

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“Chi sta usando la tua mente?”. Giulio Achilli ci racconta di come Lo Sfidante riesca a dribblare indisturbato ogni nostro pensiero come fosse la sfera di acciaio in un flipper da bar negli anni ’70. Dietro ogni nostra non-scelta Lo Sfidante allarga i propri orizzonti e si nutre silenzioso, si espande come una macchia d’olio per poi incatenarci.

È un rapitore che può arrivare a chiedere un riscatto molto elevato e, in genere, non concede sconti.  Cosa, come, dove possiamo intervenire per calmare quel che a volte si presenta come nemico anziché servitore, la mente?

Certo imparando a fare il vuoto, e non è un ossimoro. Fare (cioè partecipare attivamente) il vuoto (cioè attivarsi per non fare e non pensare  nulla): meditare, restare da soli in compagnia del nostro nulla.

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“Il più grande miracolo del mondo”, libro di Og Mandino

“Allora e soltanto allora, si  metta in cerca di qualcuno che abbia bisogno di aiuto come ne aveva lei prima. Gli dia due cose: l’amuleto segreto degli straccivendoli e il  Memorandum di Dio”

A Chicago quella mattina, tutte le stazioni radio annunciavano che la tempesta di neve sarebbe durata a lungo ma lui era lì, intendo a gettare briciole agli uccelli. Capelli al vento, lunghi – e in un anziano non è un particolare che passa inosservato – un cane di fianco che gioca con i fiocchi mentre cadono, e il suo sorriso. È quanto rimarrà impresso per sempre nella mente di Og Mandino ogni volta che ripenserà a lui, allo Straccivendolo di Dio.

Il libro “Il più grande miracolo del mondo“ contiene perfino le istruzioni sul come indossare l’amuleto e, soprattutto, sul come diventare questi particolari e affascinanti Straccivendoli. Ma più di ogni altra cosa rimane al lettore la sensazione che allora tutto è possibile, che possiamo sentirci ancora integri nei nostri sogni, nelle nostre peculiarità, nel nostro unico modo di sentirci singolari.

Un piccolissimo libro da leggere più volte, mentre ci facciamo rapire da questo individuo d’altri tempi eppure moderno; che abita lì, di fronte al parcheggio dove ogni mattina, stancamente, chiudiamo più volte l’auto girandoci indietro perché non riusciamo a ricordarci di averla chiusa.

L’antifurto che azioniamo a distanza, continua ad accendere le luci e ad emettere quel doppio sibilo, e noi stanchi della nostra abitudine forse impareremo a chiederci “Simon esiste? Il geranio rosso, in vetro soffiato, lo venderanno pure da qualche parte anche qui”.

È bello sentir parlare di miracoli, è misterioso, impenetrabile, affascinante. E se poi scopriamo che il miracolo possiamo essere noi, occorre deglutire più volte mentre le pagine si voltano da sole, dalla tanta emozione.

Il signor Simon parla con il signor Mandino come un padre fa con un figlio, come si parla a un fratello, all’unico vero amico. Con la mano tesa a lato della bocca come quando da bambini si sussurra “ti confido un segreto”.

Lo sprona a non aver paura, gli continua a dare del lei usando quel pronome personale come fosse un abito per la festa, e gli rammenta che nessun problema è facile, eppure in ognuno di noi, una luce-guida arde dentro.

E come scrisse Emerson “La nostra forza nasce dalla debolezza, così ogni uomo colpito, tormentato, sconfitto ha la grande opportunità di mettersi in contatto con il proprio sé spirituale, per guarire dalla follia della presunzione.

 

Written by Daniela Montanari

(Leggi l’articolo anche su http://oubliettemagazine.com )


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La mia intervista a Rebecca Domino per il suo “La mia amica ebrea”

In “La mia amica ebrea” Josepha, quindicenne, cresciuta in una famiglia di educazione nazista – ammesso e non concesso che si potesse essere liberi di scegliere – si trova spaventata davanti alla decisione del padre, di nascondere in casa una famiglia di ebrei.

Rina, la ragazzina ebrea che vive nella loro buia soffitta, ha la sua stessa età e – anche lei spaventata consapevole del rischio che tutti quanti stanno correndo – si ritrae quando Josepha porto loro il poco cibo avanzato.

Se non ci fosse la guerra là fuori, nel  mondo reale, potrebbero diventare amiche Josepha e Rina?

Oppure non è possibile amare le persone che non condividono il nostro stesso modo di vivere il pensiero?

Soprattutto, questa giovane donna toscana il cui pseudonimo è Rebecca Domino, saprà appassionare in modo nuovo, il  così tanto discusso, dimenticato, ripescato, sostenuto e taciuto Olocausto?

Rebecca Domino è stata molto disponibile nel rispondere a qualche nostra domanda. Buona lettura!

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Come imparare a scrivere il miglior curriculum del mondo

Regola numero uno:
definire chiaramente (in anticipo) cosa vogliamo ottenere

E qui direte “guarda, mi va bene qualsiasi lavoro pur di non rimanere più a casa” (o “pur di cambiare”). Purtroppo questo è il primo di una serie di errori in cui è facile scivolare.
Facciamo un esempio che non riguardi i presenti, facciamo finta di paragonarci tutti a clienti di un ristorante. Bene, scegliete un tavolo e mettetevi comodi.
Arriva il cameriere “Desidera?” e voi rispondete “non so, faccia lei, qualsiasi cosa va bene, ho fame da molto tempo, la prima cosa che ha di pronto, grazie”.
Il cameriere non si preoccupa nemmeno di srotolare tutto l’elenco di quello che oggi la cucina sforna, ma si ritira e dopo poco compare con un piatto pieno di resti di bruciacchiature (potrebbero essere di carne, di pane abbrustolito, di buccia di verdura, non è chiaro). Voi vi tirate su dalla sedia per guardare bene e, non ho dubbi, ve ne uscireste con “scusi, che roba è? Intendevo qualcosa di commestibile, questi resti li dia a un extra-comunitario!”.
Il giovanotto, con fare neanche troppo sorpreso, si riporta indietro il piatto, e torna con una spianata di formiche fritte, su un tagliere, accompagnate con riso bianco. “Mi prende in giro giovanotto, mi ha forse scambiato per un cinese?”
“Forse non mi sono spiegato, sono italiano, ha capito? I-ta-lia-no, voglio mangiare, man-gia-re. Non ce l’ha qualcosa di commestibile senza che debba aspettare un’ora?“
E da bravo servo-addomesticato, il cameriere quasi sorridente vi porta via il tagliere, e scompare dietro quelle due porte mobili. Voi vi allentate il cinturino dell’orologio, o se siete donna, vi togliete pelucchi immaginari dalla gonna come fate almeno dieci volte al giorno. Siete a dir poco seccati “mi starà prendendo in giro?”.
Abbiamo ora all’ingresso principale un tipo, che alzando la voce grida “Ho poco tempo, mi portate una fiorentina al sangue con patate fritte? Anche un calice di rosso, ho fretta”. Ecco l’italiano-medio, che non fa la fila, che alza il tono per essere notato, che fa il despota senza neanche dire grazie.
Potreste aver perso di vista che ha chiesto precisamente cosa desidera: una pietanza con contorno, il bere. Difatti in pochi minuti sarà servito con ciò che ha chiesto.
“Ah si?! Quindi devo diventare spocchioso, ineducato, e passare davanti alle persone in fila?”
No, dobbiamo imparare, prima di chiedere che ci portino il conto al tavolo, cosa desideriamo.
Se entraste nello stesso ristorante con un altro approccio, per esempio all’arrivo del cameriere, sentire la vostra voce che recita qualcosa del tipo “buongiorno, guardi, sono intollerante alle verdure a foglia verde, non amo particolarmente la carne rossa, gradisco il formaggio stagionato, bevo solo acqua, amo la pasta purché non saltata con la panna, ha qualcosa nel menù che possa fare al caso mio?” Secondo voi state aiutando sì o no il cameriere?
E soprattutto, state chiedendo davvero ciò che vi piace e che siete, ovviamente, disposti a pagare a fine pasto? E ancora, vi sentireste rompiscatole e maleducati? Non penso.

Regola numero due:
essere consapevoli del proprio valore

Eccoci nuovamente a fare compere, questa volta in un grande magazzino. Tutti camminano, corrono, chi sale le scale a piedi, chi utilizza quelle mobili, chi se la prende con calma, chi si ferma per un gelato.
Voi, e siate onesti nel fare questa valutazione, siete tra chi arraffa nei cesti il cui cartello recita “tutto a 2 euro”, oppure guardate quello che vi piace, costi quel che costi? Fate spesa soltanto durante i grandi saldi di fine stagione? Questo potrebbe significare che, oggettivamente ma anche emotivamente, aspettate sempre che tutti abbiamo già comprato – scelto – e rischiate consapevolmente di acquistare una rimanenza (leggi: scarto di altri che prima di te hanno manomesso l’ordine di quei cestoni a basso costo). Vi piace definirvi come la persona che fa affari solo perché spende poco?
“Eh, ma non è che posso permettermi di fare acquisti nei negozi delle grandi firme”. No, dobbiamo imparare a chiedere cosa desideriamo. E solo dopo che l’abbiamo ottenuto, chiedere il conto. Vedo tra voi molti che prima d’ogni decisione, chiedono il conto, poi lo sconto, poi una sportina. L’ordine di ciò che ha valore durante una contrattazione – di bene, o di affetto che sia – potrebbe verificarsi totalmente rovesciato.
La qualità dei pensieri determina la qualità della vita, dicono all’unisono Vera Peiffer e Louise L. Hay .

Regola numero tre:
essere disposti a pagare il prezzo

<< Non c’è successo senza sacrificio” recita un anonimo.>>
“Eh ma, il bello è che io non chiedo nemmeno il successo, voglio solo un lavoro”. Risposta sbagliata. Io voglio il successo, io merito il successo. Io scelgo di meritare il successo. Il successo non è apparire in tv, né trascorrere un fine settimana a Cortina; il successo personale è il raggiungimento dell’essere appagati. E’ sentirsi fieri di ciò che ci ritroviamo, è aver voglia di continuare, è sentirsi sereni mentre lo raccontate. E’ un sacrosanto diritto, quello di essere felici.
“Che parolone: successo, felicità. Non posso chiedere un lavoro e basta?” Tutto ha un prezzo, anche quando chiediamo un piccolo impiego tanto per fare qualcosa. Anche quando diciamo tra noi e noi che va bene anche lavorare la domenica. Fare i turni. Saltare i riposi. Ci sfugge però che questi sono ricatti morali che ci infliggiamo, ed è come se ci dicessimo “se non trovi un lavoro, non sei ok”.
Noi non siamo il lavoro che facciamo, noi siamo noi. Ogni giorno. Noi siamo la nostra esperienza, ma anche i nostri sogni; il nostro diploma ma anche le esperienze che abbiamo maturato sulla nostra pelle da quando siamo nati a oggi. Noi siamo la persona più importante al mondo per noi stessi. E l’unico prezzo che dovremmo accettare nello scambio, è semplicemente comprendere che possiamo vendere la nostra professionalità in cambio di uno stipendio. Non la nostra morale, non i nostri dialoghi interiori.
Che cosa sono disposto a vendere, di me? Il mio tempo, stabilito in sette, otto ore al giorno (di più se volete, o anche meno se non riuscite). Lo scambio deve contenere elementi imprescindibili: rispetto (anche il nostro ovviamente), serietà, sentirci responsabili per ciò che abbiamo, e voglia di far parte di questo dannato e sbagliato mondo, che è l’unico che abbiamo.

Regola d’oro:
amare ciò che abbiamo

Oggi amo ciò che svolgo, ogni giorno quando mi alzo, ogni lunedì mattina, ogni volta che devo incontrare il collega più odioso, il magazzino chiuso, la carta finita, il telefono occupato, la batteria scarica. Oggi io amo il mio lavoro. “Quale lavoro? Non si stava parlando di come stilare un curriculum? E quindi si evince che il lavoro non ce l’ho”
“io amo ogni mia conoscenza”, “io amo ogni esperienza di cui ho fatto parte”, “io amo le persone le incontro”, “io amo conoscere gente nuova e nuovi modi di considerare il lavoro”. Siamo noi a doverci mettere in gioco, ad anticipare il compenso, a fare il sacrificio, e quindi anche i primi ad amare quella parte di noi che sta cercando un nuovo impiego, un lavoro, semplicemente una occupazione.
Per quasi trent’anni della mia vita ho abitato in una vecchia casa popolare, un cortile spoglio, un prato incolto, qualche muro scrostato. Ma era la mia casa ed io la amavo come se fosse più bella di un castello in una fiaba fatata. Quando potevo permettermi solo quella, la amavo perché era il tetto che mi riparava, era mia. E ogni volta, oggi, che mi ritrovo ad ammirare la mia nuova casa, bellissima, assolata, luminosa, piena di terrazzi, io so che l’ho ottenuta perché ho sempre amato la vecchia, decadente, tutt’altro che confortevole, casa nella quale sono cresciuta.
Abitatevi, difendetevi e non permettete mai a nessuno di dire che la vostra casa (la vostra occupazione, la vostra situazione economica, o sentimentale) non è bella. Niente è bello fuori, se non trova l’eco anche dentro noi…

Inviatene più che potete di curriculum. Anche quando un impiego lo avete già, non smettete mai. Tanto più che si chiamano con l’unico nome sincero e vero che si possa definire: curriculum-vitae. In latino, ma sono certa che lo sapete, significa Corso della Vita.

Se ti è piaciuto l’articolo lo puoi scaricare qui

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Allacciate le cinture – un film di Ferzan Ozpetek

 

 

E’ l’anno 2000, e nel già pluri-sfruttato trittico (le due amiche per la pelle e un comune amico gay) si aggiungono sia la voglia di mettere in piedi qualcosa che sappia di loro lavorativamente, sia l’interesse per lo stesso ragazzo: Antonio. Dapprima passione proibita diviene ufficialmente il ragazzo di Elena, poi marito e padre dei suoi due bambini. Tredici anni dopo, in un sol colpo, tagliano la torta che festeggia il loro locale (di Elena e di Fabio) mentre di Silvia non si sa più nulla, forse perdutasi tra la seconda giovinezza e i casi della vita. Sempre di casi si tratta, e difatti in un giorno qualunque di mezza estate accade qualcosa nella loro vita: una turbolenza, un tifone, un tornado.

Un Ozpetek in grande forma, con una regia curata nei particolari e molto fotografica. Durante il film ho pensato “èh, ma non è come “Le fate ignoranti”! Ma mi sono scossa da sola pensando che nemmeno io sono la stessa giovane donna che lo vide sul grande schermo, nemmeno Ferzan sarà lo stesso del 2001. Siamo mutanti che ogni giorno, e me ne dimentico spesso, facciamo del nostro meglio per vivere il nostro tempo nell’essere diversi eppure gli stessi. Avrei voluto piangere di più, ma solo perchè così avrei pianto per qualche mia amica che non sta bene, per la giovinezza che non ho più, per i sogni, per il grande amore. Mi sono trattenuta, perchè una donna composta si commuove ma non dirompe in un pianto, perchè in fondo non c’è niente da piangere: l’amore o lo provi o non lo provi. Anche se tre scene continuano a farmi sobbalzare lo stomaco:
– lui che mangia una minestra di verdura fredda, seduto a tavola, e lei volta verso la finestra mentre lava i piatti;
– lui che chiede al loro amico omosessuale che sta chattando con sua moglie “mi insegni?”
– loro due sulla spiaggia, come nella locandina, ma la seconda volta, non la prima.
Ho deglutito ancora, e se non lo avete ancora visto, prima di sedere allacciate le cinture..


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La ricchezza

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I fratelli Pedrotti  sono il fulcro di tutto quanto: Fabrizio col suo fascino e con la sua mole sovrasta ogni compagno, sia di classe sia di sport; Mario, gracile e portatore sano di gargalesi, rappresenta la follia carismatica del solitario; infine Maddalena, una ragazza coi ricci dei capelli color di certe alghe del mare. A dividerli e ad unirli allo stesso tempo c’è Giovanni, da sempre, da quando andavano alla stessa scuola, anche se per tutti sarà sempre Hitchcock. Frequenta la loro casa, a tutte le ore del giorno e delle notte, raccogliendo oggetti appesi alle maniglie delle porte. Lascia che, prima Fabrizio e poi Mario, si mettano a copiare i suoi compiti di greco e latino e si lascia umiliare da Maddalena e dai suoi mutevoli fidanzati: Hitchcock accetta qualsiasi condizione pur di far parte della loro casa e della loro vita anche dopo, quando nessuno è più ragazzo, o ragazza, quando non si ride più, e quando ciascuno vive in continenti differenti …

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Padrona e amante

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Alla stazione, sulle sponde del fiume Nila, arriva Chris Stewart. Si è lasciato da alcune ore Manhattan alle spalle trovandosi qui dinanzi  a scale metalliche di una stazione di provincia, col suo inseparabile violoncello sulle spalle. È giunto fino a qui per conoscere e intervistare Koman, un anziano danzatore di kathakali: la danza antica più famosa in India e in particolare qui, nella sua regione del Kerala. È una rappresentazione artistica che, si dice, include diverse forme di arte insieme: letteratura, musica, pittura, arte drammatica e danza. Chris vuole saperne di più e Koman, pur avendo accettato l’intervista di questo viaggiatore e scrittore, sembra restio a parlare di sé e della sua danza. Koman ha una bellissima nipote, Radha, sposata a Shyam, che Chris pronuncerà Scem, e tutti quanti si occuperanno dell’ospite. Shyam è proprietario di un resort, il Near-the-Nila, in cui Chris si guarderà intorno dapprima smarrito in questa terra così diversa dal mondo a lui conosciuto, che poi diverrà una terra, vista dal quarto pilone del ponte, da cui si potrebbe desiderare di non ripartire mai più. L’intervista pianificata nel come e quando dal vecchio zio, Koman, da movimento a suggestioni e brividi, a mani intrecciate, a sedie che si dondolano, occhi che si incrociano e sguardi che non si lasciano più…

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Io prima di te

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Louisa vive all’ombra del Castello di Stortford, in Inghilterra. Le piace contare i passi che distanziano la fermata dell’autobus a casa: l’ha sempre fatto, è un meccanismo automatico. Pur di sentirsi utile alla sua famiglia, o meglio indispensabile, è disposta ad accettare un lavoro difficile: tenere compagnia a Will,  tetraplegico a causa di un incidente, scontroso, solitario e pungente oltremodo. È una ragazza che si adatta molto facilmente, e anche se questa volta è difficile riuscire a sorridere come le verrebbe spontaneo, tenta ugualmente di sconfiggere quella parete che li tiene lontani: da una parte Lou, una ragazza che potrebbe chiedere al mondo qualsiasi cosa per le potenzialità che spiccano in lei; dall’altra Will che delle proprie potenzialità aveva riempito la vita e ora non pretende altro che farla finita. Le spetta un compito astruso, non solo di fargli da dama di compagnia e preparargli un buon tè, e Lou si sente prontissima, ma poi no, ma poi sì, poi non lo sa. Certo, visto da vicino, con un bel taglio di capelli e rasato di fresco Will è un bel ragazzo, Lou non se lo confessa ma quell’odore di pulito sul collo mentre gli si avvicina per aiutarlo a bere dalla cannuccia la inebria…
Certamente un libro rosa, un libro per donne, un libro d’amore; quello che non lo rende stereotipo è l’attendibilità non solo dei due protagonisti e della loro relazione straordinaria

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A chi vuoi bene

A chi vuoi bene

Non sempre la neve fa pensare al candore, alla purezza. In questa domenica mattina il cadavere di Brian, marito modello, padre esemplare, giace sul pavimento della loro casa, al centro del loro giardino. In tutta questa perfezione cosa è accaduto? La moglie – d’ora in poi soltanto la vedova Leoni – è in stato di shock. Sì, perché al rientro dal suo turno di notte Tessa, poliziotta, ritrova solo il  corpo esanime di Brian, mentre Sophie, la sua bambina, la sua salvezza, la sua unica ragione di vita, in casa non c’è. Dove si è nascosta? Qualcuno l’ha rapita? Perché? Si mobilitano più squadre di sbirri di più distretti, e il sergente D.D. Warren. È bella e pungente,  meticolosa ma distratta da improvvisi conati di nausea: non sa ancora se è perché dorme troppo poco, o perché lavorare allo stesso caso con Bobby, suo ex, la faccia sentire più vulnerabile o addirittura, proprio nel bel mezzo di questa operazione in cui deve ritrovare e salvare una bambina scomparsa, non sarà in dolce attesa lei stessa? Francamente, a D.D. non convince per niente la deposizione di Tessa. Il fatto che siano entrambe poliziotte non le aiuta a considerarsi unite, piuttosto prende forma una sorta di competizione che sposta quasi l’obiettivo: per la Warren diventa a tratti più importante trovare il capo d’accusa per smascherare finalmente l’agente Leoni, oltre che per l’omicidio di suo marito, anche per la scomparsa della loro bambina…

I nuovi guru della felicità insegnano che possiamo dire “Amo te” ma mai chiedere “E tu, mi vuoi bene?”. In amore non si mendica. Quando si legge, più e più volte nel libro, “A chi vuoi bene” pronunciato dai personaggi che dopo brevi pagine distingui già con volti, abiti e modi di camminare, è come se si sentissero note stridenti che sbattono di qua e di là. Come gessi sterili che graffiano una lavagna senza diventar frasi. A tratti si prendono le parti di Tessa Leoni, a tratti di D.D.Warren ma, in effetti, non si desidera che diventino amiche: la loro dualità fa sentire il lettore con una parte cattiva che emerge, alternata alla buona che avanza, e di nuovo su e giù, buoni e cattivi, notte e giorno, peccato e perdono. La follia dell’agente Leoni avrà o no avuto il sopravvento sulla sparizione della figlia Sophie? È pazza, ha già ucciso anche in passato, non le fa paura nulla. Viene spontanea la richiesta “Fate pace suvvia, trovate Sophie!”. I bambini li vorremmo sempre fuori dal gioco d’azzardo, dal riciclaggio, dalla gelosia, dalla follia degli adulti. Ci piace lasciarli incontaminati su quei parchi mentre pedalano in discesa, con la loro bambola di pezza che sbuca dalla tasca.

Trovi la recensione anche su  http://www.mangialibri.com/node/13101


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Opere d’arte con la biro Bic

 

Ha un cognome importante, che probabilmente non lascia spazio a disattese. Con tutto l’inchiostro che sta racchiuso in 31 biro bic, Marcello Carrà ha trasferito il degrado emotivo – da cui asserisce, deriva il degrado sociale – e lo fa esponendo in questi giorni a Ferrara alla MLB Home Gallery. A latere delle mostre permanenti di Palazzo dei Diamanti, Carrà ha voluto rendere omaggio al Caravaggio spagnolo Francisco de Zurban, partendo da uno dei suoi dipinti più famosi che attendeva i visitatori – la mostra si è conclusa nel giorno dell’Epifania – al termine della prima parte della mostra stessa: l’Agnus Dei

Agnus dei di Francisco de Zurbarán

Con la tecnica originale del tratto a biro che gioca tutti i chiaro-scuri di quadri che vanno dalla più piccola dimensione del formato A4 fino a pannelli di 4 o 5 metri per lato, Marcello Carrà – ricordiamo i suoi studi conseguiti in Ingegneria Civile a Ferrara, dove vive – ha disorientato, manomesso, stralciato, riempito, strappato, ferito e poi straordinariamente curato “l’agnello di dio che toglie i peccati del mondo“.

agnus1

La nostra fortuna si è rivelata tale oltremodo in quanto alla mostra era presente Marcello Carrà stesso, che ci ha così illustrato ogni suo quadro come solo un padre orgoglioso presenta i suoi figli al popolo. I suoi studi verso gli insetti – e si nota anche una sincera passione – gli hanno permesso di disegnare opere che hanno acquisito particolare valore negli ultimissimi anni, e che in omaggio a Zurban sono divenuti un tutt’uno con l’Agnus Dei e forse con il nostro bisogno di venire assolti, con l’anaffettività che si sta spargendo nel mondo, con la paura della morte e l’occorrenza di andarle incontro con la pace nel cuore.  In definitiva, per chi si fosse perduto la mostra del grande pittore mistico Francisco de Zurban, può ancora trovarne le tracce con un tocco impreziosito dal personale tratto della biro bic di  Marcello Carrà – e proprio a due passi dal sontuoso Palazzo Diamanti –  presso la Home-Gallery di Maria Livia Brunelli, una padrona di casa d’eccezione.

 

 


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Io che non so dirti addio

L’addio è una forma di saluto utilizzato per congedarsi definitivamente e anche un’esclamazione per esprimere il dispiacere, il disappunto o il rammarico per la perdita di qualcosa. E io non posso nè l’uno nè l’altro. Non posso farlo.

La Lucciola

Ti ho conosciuta quando avevo diciassette anni, in quell’età in cui tutto è concesso, in cui sogni possibili e sogni non possibili coesistono alternati come il teso e il genuflesso. Un amore a prima vista, un sentimento che ha definito in me il passaggio da ragazza a donna.

La mia prima pubblicazione è in tuo onore, a te, per te. Non trovavo il coraggio, non mi decidevo ad ammettere forse che amo scrivere, che amavo te, che non lo so. Mi sto solo chiedendo a cosa e se ne sia valsa la pena ora, che non è più possibile pensare a te come a qualcosa di mio. Cosa ne farò di tutte quelle copie lì, nel mobile, di quei libri che parlano di te, a te?

Ho riletto in fretta e furia “Illusioni” di Richard Bach alla ricerca di quell’insegnamento, com’è che diceva? “Mai ti si concede un desiderio senza che inoltre ti sia concesso il potere di farlo avverare”.

E cioè come? Il mio desiderio era averti mia, e darti in dono a lui. Fare da tramite, essere il trait d’union tra passato e futuro: tra il tuo passato e il mio futuro. Raccontare a chi verrà dopo “qui un tempo.. eccetera eccetera”. D’improvviso oggi, giorno dell’Epifania, cioè che dovrebbe esser giorno della manifestazione, dell’apparizione, ebbene sei scomparsa per sempre dai miei sogni: ti hanno venduta!

Ho imprecato, ma non so bene rivolta a chi o a cosa, mi sono sentita delusa. Da me stessa, sicuramente, per non essere stata capace – non ho avuto la possibilità – di girare quel cartello su cui appariva scritto Vendesi, e battere come a un’asta io il miglior prezzo. Sbeng !! Mia !!

Non so perdonare, non so dimenticare, e non so nemmeno dirti addio, resto muta.

Campanella in ferro battuto, battuto anche dal tempo

Sei solo una piccola casa di montagna, con la campanella in ferro battuto (“in ferro battuto, battuto anche dal tempo” tratto da  Lucciole e poesie e dal racconto La Lucciola);

di un paesino di montagna come tanti, affacciata ad una valle come ce ne sono mille.

E all’improvviso un tremito mi obbliga ad ascoltare, spodesta i miei pensieri, lui fa sempre così: è il Capobranco – che fa la sua apparizione in quasi tutti i miei libri – anche questa sera mi soccorre.

“Sii libera. E per essere libera non puoi trattenere il risentimento. Tua non sarebbe stata quella casa, né un’altra ma il senso che rappresenta per te. E quello nessuno –  nessuno bada bene – te lo potrà mai portare via, né in questa vita né in un’altra. << Il peccato originale consiste nel limitare l’Essere. Non lo commettere >>. Continua a sognare, senza tuttavia trasformare i sogni in tormenti, sii felice quando pensi a lei, se ti ha dato tanto non puoi che sorriderle, mandarle i tuoi pensieri migliori, inondarla di amore. Amore, amore, amore.. E riempirla di grazie, scusa, ti amo, mi dispiace, il resto lo sai.”

E così questa giornata che doveva essere di festa, termina con il mio Capobranco e la mia Lucciola, i miei capisaldi. Non potrete mai essere miei, miei soltanto, ma ho compreso che io però, posso essere vostra. In quanto a te, amato figlio, scusa se non sono riuscita a regalartela, ti dicevo quando eri piccolo che ti avrei comprato il mondo ma ora che siamo entrambi adulti, non mi vergogno a dirti che anche se a quel tempo lo credevo possibile, ora so che non lo è, e la parte di mondo che potevo e posso regalarti te le dono costantemente. E così sempre sarà..

io e il Capobranco


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Splendore – Margaret Mazzantini

splendore

Guido e Costantino. E l’infanzia, le schiene curve sui libri, la solitudine, le risa, la scoperta del mondo. “Sono il suo tiepido piumaggio d’amore”. La poesia si alterna alla cattiveria degli adolescenti, degli altri, sempre gli altri. Lo splendore, tutto gli ruota intorno, diplomi, viaggi all’estero, figli. E a tratti Guido e Costantino, ma non viceversa. Invertendo l’ordine dei fattori qui cambierebbe ogni cosa. Leni scriverà quelle parole per ricordare sempre Izumi “Chiedere è vergogna di un minuto, non chiedere è vergogna di una vita”.. Vergogna chi, di cosa? Vita chi, che cosa?   “E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere che cos’è la natura”.

Attraverso Guido si può vivere una vita, dal fiocco azzurro esposto fuori nel portone del palazzo, alla carriera universitaria, alla resa, all’amore: tutto. A tratti molto faticoso, in altri davvero volgare, è comunque bene proseguire nelle pagine: certe cose vanno dette forse solo come sono, senza traduzione di buona famiglia. Crudeltà e poesia ballano girotondi di amore, di amicizia, di solodiosacosa. E alla fine del viaggio, del nostro viaggio, non solo di Guido o di Costantino ma di tutti quanti noi, dobbiamo accettare, per sentirci liberi e morire in pace amen, la nostra unicità, il nostro essere diversi da chiunque.

 


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Il tempo: è tutta una questione di gusto !

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Si, perchè c’era una volta un furgoncino di gelati che aveva solo due gusti: panna e cioccolato. Poi qualche genio delle invenzioni ha pensato bene di usare della frutta da miscelare al latte, così sono nati i gusti fragola, mirtillo, liquirizia e carapino: il suo nome fa un po’ ridere, come Pippi calze lunghe.
Cosa c’entra con il tempo? Se davanti ai nostri occhi, nel bancone dei gelati i gusti sono sempre di più, noi pensiamo (tempo!) a cosa ci piacerebbe, se questo o quello o quell’altro per poi finire con il solito stracciatella e nocciola. Negli ipermercati se ci occorre uno yogurt, ragazzi, è una cosa seria, da quelli con soya a quelli fatti con latte di riso, con zucchero o senza, ai frutti di bosco, senza lattosio, coi cereali, alla panna, senza panna, col muesli, senza, come si fa a scegliere? (èh, tempo!) .
Io poi sono per la spesa a chilometro zero, solo prodotti di stagione: ogni mercoledi mi reco alla cooperativa tal dei tali, certo, faccio venti chilometri andare e venti a tornare ma sono contenta della mia scelta ecologista. (ahimè.. quanto tempo!)
Quando prendo l’autostrada io, per principio, non uso il telepass: quanti licenziamenti se automatizzano tutti gli ingressi e tutte le uscite, ci pensate? Preferisco fare un po’ di coda ma pensare che contribuisco a salvare l’occupazione di molti dipendenti. (oh oh.. tempo!)
Sono indecisa se meditazione tibetana o yoga, per vuotare la mente. Ci sono anche il reiki, e lo shiatsu, quasi quasi mi faccio un corso di pranic healing e poi decido (.. tempo tempo!)
Poi da domani basta, non rimando più al giorno dopo le telefonate e quello che devo dire lo dico. Certo in un determinato modo, magari prima mi faccio un bell’elenco di tutti coloro che devo chiamare. Poi li metto in ordine alfatetico, no, meglio di data in cui mi hanno scritto; anzi, ci sono: faccio uno schemino in excel così li ordino prima per argomento e poi per numero di telefono (povera me, addio tempo!!)

Ci sono: potrei cercare un libro, o meglio ancora un corso, sulla gestione del tempo. Navigo in internet ma non trovo molto. Parlo con un’amica e mi dice come funzionano i motori “prova con time managment“: e lì mi escono pagine e pagine e pagine, finalmente ho trovato quello che cerco:

http://www.sebastianozanolli.com/cms/corsi/

Mi iscrivo, ho deciso, vado. Così non perdo altro tempo !

grandissimo SEBA !

Grazie Seba, come sempre !

Ah già, dicevamo, il gusto carapino:
“Pinoli sapientemente tostati, affogati in una salsa di caramello generosamente aromatizzata e diluita in densità perché possa decorare il gelato senza “scivolare” via e contemporaneamente accoppiarsi al gusto base del gelato”

Per voi che state leggendo avete fatto un investimento di circa sei minuti. Che ho cercato fin da subito, da prima ancora di iniziare a scrivere, di farvi sentire felici per avermi dedicato questo tempo, così prezioso. In che modo posso restituirvelo?

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Il tempo è dentro alle cose.

Più cose – materiali – possedete, più avete usato del tempo vostro.
Più affetti – veri – nutrite, più state investendo nel migliore dei modi la durata della vita.
Più siamo sinceri verso noi stessi, meno tempo perdiamo.

Amare è la maniera più elevata dell’uso del tempo.
Rubare è tra le più infime nefandezze.

Se stiamo amando o rubando, ovviamente, è una questione di gusto.

E di tempo…

 


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25 novembre per tutte quelle donne che ..

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Sì, perché una giornata per sensibilizzare e dire Basta al femminicidio la vorrei dedicare a tutte quelle donne che:

“pure lei però! Si fa picchiare e continua a starci insieme !”

“un po’ ci marcia èh, ha sempre gli occhi truccati e la minigonna”

“per me le piace prenderle, in cuor suo crede di meritarle”

“lei però lo tradiva”

“il figlio di lei non è anche figlio di lui”

“lei lo provoca”

 

Un giorno non basta per ricordare che solo le donne unite nel cuore possono farcela. Mettiamo da parte, almeno quest’oggi, i discorsi del tipo “gli uomini sono cavernicoli, gli uomini sono dei violenti, gli uomini non sanno amare”, e solo per oggi, noi donne, proviamo a non criticare le donne belle, bellissime, italiane, straniere, che consapevoli della loro bellezza sfoggiano minigonne e rossetti rosso porpora. Mettiamo da parte – che ci vuole se è solo per un giorno! – quell’invidia che da donne, ci fa guardare le altre donne con paura; facciamo finta che non daremo alcun giudizio se incontreremo una donna maltrattata. Poniamo semplicemente il caso che impariamo tutte insieme, noi donne di tutto il mondo, a difenderci, a stimarci reciprocamente senza più anelare all’approvazione degli uomini. Facciamo finta: è solo per oggi..

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