La mia intervista a Rebecca Domino per il suo “La mia amica ebrea”

In “La mia amica ebrea” Josepha, quindicenne, cresciuta in una famiglia di educazione nazista – ammesso e non concesso che si potesse essere liberi di scegliere – si trova spaventata davanti alla decisione del padre, di nascondere in casa una famiglia di ebrei.

Rina, la ragazzina ebrea che vive nella loro buia soffitta, ha la sua stessa età e – anche lei spaventata consapevole del rischio che tutti quanti stanno correndo – si ritrae quando Josepha porto loro il poco cibo avanzato.

Se non ci fosse la guerra là fuori, nel  mondo reale, potrebbero diventare amiche Josepha e Rina?

Oppure non è possibile amare le persone che non condividono il nostro stesso modo di vivere il pensiero?

Soprattutto, questa giovane donna toscana il cui pseudonimo è Rebecca Domino, saprà appassionare in modo nuovo, il  così tanto discusso, dimenticato, ripescato, sostenuto e taciuto Olocausto?

Rebecca Domino è stata molto disponibile nel rispondere a qualche nostra domanda. Buona lettura!

D.M.: Grazie per la tua spontanea voglia di interagire e di esprimerti; complimenti anche per la scelta di restare in ombra in questo liquido mondo in cui l’importante sembra essere proprio l’apparire.  Secondo te Rebecca è corretto parlare di  debutto letterario anche se si tratta di self-publishing ?

Rebecca Domino: Sì, secondo me è corretto parlare di debutto letterario anche in caso di autopubblicazione, perché il romanzo viene comunque diffuso e letto dai lettori. Il selfpublishing, per me, non è una seconda spiaggia per coloro che sono falliti o che sono stati rifiutati dalle case editrici; nel mio caso, non ho mai inviato  il testo a delle case editrici e ho scelto volontariamente e consapevolmente l’autopubblicazione per dedicarmi in toto al mio romanzo (inclusa la promozione) e per far sì che i messaggi che voglio mandare rimangano inalterati. Ho avuto occasione di far leggere il romanzo a una persona che lavora per una casa editrice (senza scopo di pubblicazione, solo per puro caso) e mi ha già detto che quello andrebbe tagliato, quelle frasi tolte, quell’altro scorciato… no, grazie, anche perché alle lettrici “comuni” (ovvero che non lavorano nelle case editrici) sta piacendo così com’è. L’autopubblicazione mi permette di diffondere il mio romanzo come lo voglio io e per me non è certo uno scalino più sotto delle case editrici tradizionali.
D.M.: Ti riconosci come scrittrice o ti stai ancora definendo, per esempio, una ragazza a cui piace raccontar storie ?

Rebecca Domino:  Secondo me una scrittrice è una ragazza cui piace raccontare storie. Non mi piacciono le definizioni e non m’interessa essere etichettata. Non mi chiedo quale sia la definizione corretta di scrittore; per me è semplicemente una persona che ama scrivere, non importa quanto guadagna con questa sua passione, lo fa per soddisfare un suo bisogno (io, per esempio, non potrei vivere senza scrivere), per diffondere delle storie che ha nel cuore e per lanciare dei messaggi ai lettori.
D.M.: Cosa spinge una donna giovane come te, di appena trent’anni, a parlare ancora di olocausto, ebrei, leggi razziali? Sei stata influenzata dal modo in cui sei cresciuta (ambiente, famiglia, terre, luoghi) oppure ti senti attirata da qualcosa che non conosci ma che senti  “è proprio te che sta chiamando”?

Rebecca Domino:  Ammetto che la trama per “La mia amica ebrea” è nata in maniera inaspettata e improvvisa. Sicuramente ho sempre provato interesse per l’Olocausto, perché è il genocidio di cui si parla di più e questo ci permette di saperne molto al riguardo; quando ho pensato la trama per il mio romanzo d’esordio, mi sono detta che m’interessava molto mostrare l’altro lato dell’Olocausto, perché ci sono pochissimi romanzi in cui la protagonista non è ebrea ma spudoratamente ariana, con i conseguenti pensieri tipici dei giovani che sono cresciuti con la propaganda di Hitler. Il modo in cui sono cresciuta, così come l’ambiente, non c’entrano niente. Non sono ebrea, non conosco alcun ebreo; abitando in un piccolo paesino toscano ho sentito le storie di guerra delle numerose vicine di casa anziane, ma non mi hanno influenzata nello scrivere il romanzo, anche perché la guerra in Toscana era diversa da quella ad Amburgo. Sicuramente, la storia di Josepha mi ha “chiamata a sé” e sono stata felicissima di dar voce a una protagonista così giovane che, attraverso le pagine, si rivela man mano forte e coraggiosa e che penso possa essere un ottimo modello per le lettrici, specialmente per le più giovani, però non ho una “vocazione speciale” per scrivere dell’Olocausto. Tutti i romanzi che scelgo di pubblicare mi hanno in qualche modo attirata a sé.

 

D.M.: Quanta Rebecca c’è in Rina, chiusa nella soffitta, che sogna il mondo, che sopporta tutto quanto in nome dell’amore per la sua famiglia e per la sua amica Josepha?

Rebecca Domino:  Non c’è assolutamente niente di me in Rina. A dire la verità, ben poco mi accomuna anche a Josepha, la protagonista, se non la forza di volontà e il voler pensare a modo proprio, anche a costo di andare contro la maggioranza. Non sono una persona egocentrica, ma sicuramente non sono timida o insicura, anzi: sono molto sicura di me stessa e quindi non mi è mai capitato di sentirmi in ombra come accade a Rina, anche perché non permetto all’altra gente di farmi sentire in un modo piuttosto che in un altro. La situazione di Rina, naturalmente, è estrema: spesso mi chiedo chi sarebbe stata Rina, se l’avessimo conosciuta in un periodo più felice e meno duro della sua vita, ma nel romanzo la conosciamo che già si nasconde con parte della famiglia e, anche se lei teme “solo” di essere portata “in uno di quei campi”, noi sappiamo benissimo quale destino spettava agli ebrei catturati dalla Gestapo. Rina sogna di tornare a vivere normalmente e, man mano che la sua amicizia con Josepha si rafforza, è disposta perfino a farsi catturare dalla Gestapo, purché questi non facciano del male alla sua amica e alla sua famiglia. Sicuramente Rina è molto altruista, e penso che la sua chiusura in se stessa sia normale, date le sue condizioni. Mi piace molto il modo in cui Rina si affida a Josepha per vedere il mondo e sentirsi viva attraverso le sue parole e le sue lettere. Quando si parla di argomenti del genere, inoltre, mi sembra strano paragonarmi a dei personaggi che sono parte di me e frutto della mia fantasia, ma sono anche un insieme d’informazioni e testimonianze che ho raccolto prima di cominciare a scrivere il romanzo. Rina rappresenta tutti i giovani ebrei che si sono nascosti da persone non – ebree; nel suo caso, si parla di una famiglia di “ariani”, i cosiddetti nemici. La sua paura di Josepha, la sua consapevolezza che l’altra potrebbe fare la spia alla Gestapo la rendono sempre sul chi vive e non mi sognerei mai di paragonarmi ne’ a lei ne’ a Josepha, date le situazioni che entrambe le ragazzine vivono e che io, dato il periodo storico in cui sono nata e in cui sto vivendo, non ho mai provato sulla mia pelle.

 

D.M.: Come ti sei documentata per la parte storica, per rimanere credibile eppure cercare un modo originale perché ti si ascoltasse/leggesse con stupore?

Rebecca Domino:  Prima di cominciare a scrivere “La mia amica ebrea” ho letto numerose testimonianze sia di persone che hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale in Germania, sia di coloro che l’hanno vissuta proprio ad Amburgo. Mi sono concentrata in modo particolare sull’estate del 1943, durante la quale Amburgo fu colpita da una tragedia che non posso rivelare per coloro che ancora non hanno letto il romanzo, ma mi sono documentata molto anche su quella. Penso che non abbia senso scrivere un romanzo storico senza documentarsi per bene; ho studiato com’era la vita quotidiana in Germania durante il nazismo ma anche i passaggi cruciali della salita al potere di Hitler e gli avvenimenti politici; allo stesso modo, mi sono segnata da una parte le piccolezze delle testimonianze, che avrei usato per rendere il tutto più dettagliato e veritiero, come il fatto che i vestiti venissero ricavati dalla stoffa con cui cucivano le tende per l’oscuramento (perché la davano gratuitamente) e il fatto che ballare fosse vietato. Sinceramente, non ho cercato un modo per suscitare stupore nel lettore; penso che ogni storia sia unica e quindi io ho raccontato la storia dei miei personaggi con il cuore in mano e con passione. Di conseguenza, penso anche che ogni voce letteraria sia unica. Scrivendo di un tema di cui non si parla mai abbastanza (ovvero gli “eroi silenziosi”) e mostrando la Seconda GuerraMondiale dal punto di vista di una giovanissima “ariana”, sicuramente ci sono dei passaggi che possono stupire il lettore ma, lo ripeto, non è stata una mia scelta volontaria.

 

D.M.: Stai lanciando il nuovo libro, in uscita a breve. Sei sicura di nutrire sufficientemente il tuo primo figlio?  Non pensi sia un po’ presto per dedicarti subito a un nuovo, tuo, altro, erede?

Rebecca Domino:  Sì, il 19 maggio uscirà il mio secondo romanzo “Fino all’ultimo respiro”, che racconta la nascita improvvisa dell’amicizia fra due ragazze, Allyson (una diciassettenne scozzese come tante) e la sua coetanea Coleen, che da due anni e mezzo combatte contro la leucemia. È un romanzo cui tengo molto e sono molto contenta e orgogliosa di cominciarne la promozione, anche perché ho deciso di metterlo a disposizione gratuitamente e di spronare i miei lettori a donare all’ente benefico inglese “Teenage Cancer Trust”, che si occupa di aiutare gli adolescenti con il cancro a vivere in maniera più normale possibile. Detto questo, non penso certo di abbandonare il mio “primogenito”, anzi; continuerò a promuovere anche “La mia amica ebrea”. Dato il tema di “Fino all’ultimo respiro” e tutto quello che ho imparato durante le ricerche per la stesura del romanzo (leggendo e ascoltando le storie dei ragazzi che vivono con il cancro), non voglio aspettare altro, voglio fare la mia parte per diffondere il loro messaggio di forza, coraggio e ottimismo, perché penso che ce ne sia un gran bisogno in una società in cui la maggior parte delle persone si lamenta di tutto e non si rende conto di cosa conta davvero nella vita. È importante ricordare il passato, come nel caso dell’Olocausto, ma è anche fondamentale rendersi conto delle situazioni che ci sono oggigiorno e di cui non si parla mai abbastanza o di cui si parla in maniera “sbagliata”: pensando agli adolescenti con il cancro io stessa ero portata a pensare a storie di tristezza e dolore, invece ho scoperto un mondo fatto di gioia, forza interiore e vero amore per la vita. Quindi, voglio bene ai miei “figli” allo stesso modo e so già che per i prossimi mesi, probabilmente per un intero anno, non pubblicherò altro, proprio perché seleziono molto accuratamente quello che voglio pubblicare; di conseguenza, mi dedicherò costantemente alla promozione di entrambi i miei romanzi.

 

Written by Daniela Montanari

(leggi l’articolo anche su http://oubliettemagazine.com )

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