“Il nero e l’argento” di Paolo Giordano

“la sofferenza ci completa anche quando non sappiamo darle un nome”

 

 

Spesso sono le assenze a farci compagnia.
Non si possono toccare né sentire, ma le portiamo dentro.”  (S. Lion)

Babette se n’è andata. Per sempre. È la fine della storia, ma per i lettori del libro è anche l’inizio. Di questo nuovo romanzo di Giordano, “Il nero e l’argento“, che ancora una volta ci affascina per come articola l’uso della lingua italiana: anche quando è duro, per una scomoda verità, ha tratti poetici con cui esprime i concetti più scuri. Babette è un nomignolo per raccontare della signora A.

O per meglio dire, la sua Babette è un pretesto per parlare della vita più in generale: di un matematico che incasella attorno a numeri ogni comportamento (il protagonista); di una moglie (Nora) affettuosa e vivace che diventa impenetrabile quando prova dolore;  di un matrimonio macilento chissà mai perché.

Nel diventare uomo Giordano – evidentemente collocandosi sempre al pari dei personaggi che si agitano tra le pagine dei suoi stessi libri – ci presenta protagonisti più adulti in questo suo nuovo lavoro letterario. Con un occhio di riguardo ai bambini – Emanuele – creando un’identità complessa e cardine, e una dedica lunga quanto dura il susseguirsi delle pagine, alla signora A., un’anziana che si è occupata di loro tre facendoli sentire, alla sua dipartita, orfani.  Come ogni domestica, la loro Babette sostiene la parte della spilorcia, di quella che sa cucire i calzini leccando il filo prima di infilarlo nella cruna, quella che, poi, diventa a tutti gli effetti indispensabile.

All’autore riesce bene ricamare sulle cicatrici, così da non farle più sembrare tali  pur senza dimenticarle. Scrive del dolore dell’animo umano, appartenente a uomo o a donna quasi indifferentemente, in modo naturale. Non desidera cioè che la sua eco rimbombi all’infinito ma ne vuole semplicemente parlare.

Come si fa della lista della spesa, come si legge un cartellone per vedere cosa proiettano al cinematografo. Tentando un’analisi emotiva di chi si cela dietro le parole, si potrebbe azzardare che con il suo debutto letterario (“La solitudine dei numeri primi”) ha fatto pace con l’età dell’innocenza passando il testimone alla giovinezza.

Con il secondo romanzo (“Il corpo umano”) si sia tentato un accurato esame di cosa ti resta in corpo, una volta adulto, dei pensieri con i quali sei cresciuto. Infine ecco il debutto nel mondo adulto, qui, proprio tra queste pagine nelle quali si avvolge e si distende: la sofferenza ci completa anche quando non sappiamo darle un nome. Attraverso i suoi libri quindi riesce a farci sentire tutti allo start, pronti.

Siamo tutti uguali, è come se provocasse in ogni lettore, il sussurrarsi di un mantra: “La mia infanzia non è stata poi così male”.  Paolo Giordano, dopo la laurea in fisica, sta approfondendo gli studio sui quark di 3a generazione, è un fisico che ama i numeri, ma con sicurezza è anche uno scrittore nel più esteso significato del termine: sa scrivere, sa farsi leggere in questo bel libro in cui è lei a fare da sovrana: la mancanza.

 

Written by Daniela Montanari

(Leggi l’articolo anche su http://oubliettemagazine.com )

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