Allacciate le cinture – un film di Ferzan Ozpetek

 

 

E’ l’anno 2000, e nel già pluri-sfruttato trittico (le due amiche per la pelle e un comune amico gay) si aggiungono sia la voglia di mettere in piedi qualcosa che sappia di loro lavorativamente, sia l’interesse per lo stesso ragazzo: Antonio. Dapprima passione proibita diviene ufficialmente il ragazzo di Elena, poi marito e padre dei suoi due bambini. Tredici anni dopo, in un sol colpo, tagliano la torta che festeggia il loro locale (di Elena e di Fabio) mentre di Silvia non si sa più nulla, forse perdutasi tra la seconda giovinezza e i casi della vita. Sempre di casi si tratta, e difatti in un giorno qualunque di mezza estate accade qualcosa nella loro vita: una turbolenza, un tifone, un tornado.

Un Ozpetek in grande forma, con una regia curata nei particolari e molto fotografica. Durante il film ho pensato “èh, ma non è come “Le fate ignoranti”! Ma mi sono scossa da sola pensando che nemmeno io sono la stessa giovane donna che lo vide sul grande schermo, nemmeno Ferzan sarà lo stesso del 2001. Siamo mutanti che ogni giorno, e me ne dimentico spesso, facciamo del nostro meglio per vivere il nostro tempo nell’essere diversi eppure gli stessi. Avrei voluto piangere di più, ma solo perchè così avrei pianto per qualche mia amica che non sta bene, per la giovinezza che non ho più, per i sogni, per il grande amore. Mi sono trattenuta, perchè una donna composta si commuove ma non dirompe in un pianto, perchè in fondo non c’è niente da piangere: l’amore o lo provi o non lo provi. Anche se tre scene continuano a farmi sobbalzare lo stomaco:
– lui che mangia una minestra di verdura fredda, seduto a tavola, e lei volta verso la finestra mentre lava i piatti;
– lui che chiede al loro amico omosessuale che sta chattando con sua moglie “mi insegni?”
– loro due sulla spiaggia, come nella locandina, ma la seconda volta, non la prima.
Ho deglutito ancora, e se non lo avete ancora visto, prima di sedere allacciate le cinture..

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