Miele – un film di Valerio Golino

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Il titolo fa pensare alla densità di un nutrimento, dove lingua e palato collaborano per inghiottire il balsamo color dell’oro. Ma Miele non è dolce, è il nome in codice di Irene. Irene vive in codice, fa sesso in codice, e pensa in codice. D’altronde quando siamo “dentro alla causa” con l’ardore dei vent’anni o poco più non esiste null’altro di vero che quello in cui noi crediamo: sia esso falso o reale o giusto o sbagliato.

Il definito  suicidio assistito è un ossimoro in un certo senso, ma in fondo noi siamo pieni di contraddizione quando siamo sani figuriamoci quando la salute cede il posto all’ultimo dei nostri giorni. La Golino per la prima volta dietro alla macchina da presa rende un quadro comunque attento, una buona fotografia, e sicuramente affonda un colpo vincente con la scelta di Jasmine Trinca, attrice già di per sè molto credibile nei panni della socialmente rabbiosa.

Chi ha davvero diritto a togliersi la vita: soltanto colui, o colei, che vuol porre fine alla estenuante sofferenza di una malattia perfida? Oppure anche chi non sente più desiderio di continuarne il cammino su questi marciapiedi senza amore divenuti privi di voglia di dare e prendere?

Questa è una domanda spinosa che formerà sempre due squadre come i bianchi e i blu. Ma non è un gioco a quiz, non si diventa famosi, si perde tutto. In una volta sola.  Nessuno ha più diritto di nessun altro a compiere una scelta morale, spirituale e che poi diventa inevitabilmente fisica quando si tratta della propria vita. Unica attenzione andrebbe riposta (andrebbe!) sul fatto che farsi aiutare da terze persone non può  più essere considerato un “togliersi la vita”.  Con tutta la politicosa moralistica questione che ne consegue.

 

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