Venuto al mondo

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Venuto al mondo

Per la regia di Sergio Castellitto, dove Margaret Mazzantini che ha scritto il libro si è recata sul set ogni giorno, è uscito nelle sale Venuto al mondo. Per chi aveva, come me, già letto il libro le sorprese non ci sono state, la fedeltà alla trama è piuttosto soddisfacente. Ci sono alcune scene dove il sangue si poteva anche solo immaginare piuttosto che vederlo rosso come smalto per unghie ma, pare, ce lo confermano i film degli ultimi anni, senza scene splatter non si possa firmare una regia.

Venuto al mondo è molto più di nato, di cominciato, di formatosi; indica proprio l’esserci, l’essere presente qui. Il dramma delle donne che non riescono a dare la luce, insieme all’orrore di una guerra che nel cuore delle persone che la subiscono non vi si leggerà mai la parola pace, non colorano soltanto di nero il film ma, con la passione, l’amore, l’amicizia, la poesia, la gelosia, la rabbia, la miseria, la disperazione e di nuovo l’amore, i colori sono più di quelli dell’arcobaleno.  Certo ricordare un Castellitto nato poco prima de  “Il grande cocomero”, trovarlo poi alla regia di “Non ti muovere”, vederlo buttarsi giù dalla torre insensatamente con “La bellezza del somaro”, in Venuto al mondo credo ridoni una buona prospettiva di fiducia dietro (e davanti) la macchina da presa. Molte scene sono originali, si offuscano, sbiadiscono o rimangono statiche fotografie a colori o in bianco e nero avvalorando maggiormente la credibilità non solo dei personaggi ma della storia: la nostra. Quella di donne in cerca di lucchetti di carne, di amori indissolubili, di amicizie interminabili.

Se Castellitto deve mantener fede a molte promesse fatte alla Mazzantini, in primis l’averle detto si ad un qualche altare molti anni fa, non è facile stabilire se si è volutamente fermato prima o spinto oltre (laddove le pagine scritte proseguivano o cedevano ad un punto e a capo); tuttavia l’unica nota che ho sentito come stonata è propriamente qualche brano della colonna sonora.

Per chi come me non si mai recato a Sarajevo viene voglia di andare subito, partire senza prenotare l’albergo e andare a cercare i palazzi che hanno trattenuto, soffocato e violentato urla, animi e occhi innocenti.  Anche se non trovando ad aspettarci un Gojko, un nostro Gojko, la visita della città non sarebbe altrettanto mirabile.

Si nota un coinvolgimento emotivo notevole anche per Emile Hirsh, che dopo il successo di “Into the Wild” non eravamo riusciti a rafforzare il successo che aveva avuto.

No comment per la bravissima Penelope Cruz, che ho visto piangere per l’emozione durante le interviste in cui racconta che è stato per lei un film difficilissimo: un salto di vent’anni continuo, scena dopo scena, dopo scena. Questa complessità l’ha resa sempre credibile e naturalmente sempre straordinariamente bella.
Pietro è Venuto al mondo in un qualche modo, senza uno scopo preciso, probabilmente anche senza amore ma tutto questo poco importa perchè ora è qui, abita questo mondo di cui lui è spesso diffidente, un po’ per la sua età e un poco forse.. perchè la sua verità non è la stessa di suo padre, nè di sua madre, nè di chi l’ha cresciuto.

 


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