Sauvetage a ile Felicitè – Seychelles octobre 2011

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Sauvetage a ile Felicitè – Seychelles octobre 2011

Il catamarano Creole è pronto a salpare, sono le otto del mattino di un ottobre stranamente molto piovoso a La Digue. Questa mattina il cielo è sereno, una novità per chi come noi è qui dai primi del mese. Siamo in pochissimi,  occupiamo tutto il reticolato e ci dirigiamo verso Praslin dove salgono tutti gli altri turisti. Siamo forse gli unici italiani di questa escursione marina, la cui meta è  il piccolo arcipelago formato da Ile Felicitè, Coco island, Petit Soeur e Grand Soeur. Il mare non è piatto, d’altronde è oceano e la brutta stagione lo sta mantenendo ondoso. Il programma di questa crociera di un giorno prevede che si scenda ad una sola isola, appunto Felicitè. Bagno, sole e poi si risale a bordo per il pranzo. Veniamo portati a riva con alcuni tender, appoggiati in fretta come si poggia una bicicletta al muro.

Siamo felici, finalmente una giornata di sole dopo il nubifragio, abbiamo voglia di fare un bagno, il nostro primo bagno dopo otto giorni di vacanza: pinne, maschere e boccaglio ed entriamo in acqua, in questa baia piena di coralli e alghe scivolose che rendono impossibile ogni stabilità. Non capiamo come ma in meno di un minuto ci ritroviamo distanti da riva, dove io tocco a mala pena e tento in ogni modo di aggrapparmi a mio marito per non andare ancora più al largo. Lui mi guarda attraverso la maschera con gli occhi sbarrati perchè, causa una corrente violenta, anzichè zavorrarmi mi trascina, e viene trascinato lui stesso verso il largo. Iniziamo un nuoto contro corrente che ci rende esausti, impauriti, senza fiato e ancora una volta sempre più distanti dalla riva. Del nostro catamarano nessuna traccia, è sull’altro lato della baia, forse qualche bagnante a riva che sembra effettivamente guardare nella nostra direzione. Con quell’ultimo fiato che ci resta e la paura che ci fa compiere movimenti oltre le nostre naturali capacità pensiamo nello stesso istante, di tentare di salire su alcuni scogli, l’appiglio non liquido a noi più vicino. Usciamo dall’acqua, in piedi su questi scogli per capire che siamo salvi anche se completamente abrasi dai coralli: l’adrenalina in corpo  non ci fa sentire alcun bruciore. Mentre pensiamo a come farci venire a prendere, e da chi, un’onda si infrange con violenza contro gli scogli sui quali siamo saliti e una signora molto magra, leggera, vola con gli occhi atterriti sotto di noi, e si allontana. Ci chiede aiuto con lo sguardo perso e noi, pronti, le facciamo cenno che ora la aiutiamo, che ci pensiamo noi. Ma non è così semplice, perchè aggrappati tra di noi per non ricadere nell’acqua, non riusciamo ad allungarle subito una mano. Lei è costretta, pur presa dal panico, a provare più volte e tentare di avvicinarsi alle nostre braccia protese. Quando finalmente riusciamo a farla salire sugli scogli purtroppo arriva un’onda crudele, che sogghigna come una strega e lei, troppo leggera, ricade in acqua.

E’ francese la signora, e io provo a gridarle un soffocato ” il n’ya pas de probleme, nous sommes ici, il n’ya pas de probleme” ma non sono convincente, non quanto basterebbe a calmarla per facilitare il nostro nuovo soccorso. Vedo qualche  yacht al largo e inizio a sbracciare “help!! help!” ma il rumore dell’oceano mastica in un sol boccone le mie grida. Aspettiamo che l’onda oltrepassi le nostre figure e vada verso riva e questa volta riusciamo a mettere in salvo la nostra amica, perchè oramai siamo amici, fratelli, ci sentiamo naufraghi compagni. Saliamo su uno scoglio più alto, poi su un altro, saltiamo da uno all’altro in cerca di una via di fuga ma ad un certo punto davanti a noi un vuoto più grande della nostra capacità di saltare.

Guardiamo a riva, guardiamo in mare aperto ma ugualmente non riusciamo a distinguere la verità: vediamo solo paura, pericolo, e il respiro corto che si spezza in gola. Dopo un respiro profondo vediamo venire verso di noi due ragazzi, a nuoto;  mano a mano  si avvicinano agli scogli che sono ora il nostro salvamento, ci fanno cenno che se ci buttiamo in acqua ci aiuteranno loro a tornare a riva. La signora francese dice tanti no no no in fila, scuote la testa e sbianca di nuovo. Io le dico “nous sommes ausssi dans le catamaran, tranquille” ma lei continua a scuotere la testa, e a dire no no no.  Io vedo nei due ragazzi una speranza di toccare di nuovo e finalmente terra, una possibilità di andare a cercare aiuto, correre dall’altro lato dell’isola, cercare un cellulare, lanciare un sos, qualsiasi cosa pur di sentirmi salva. Guardo mio marito e ci diciamo “vai, vado”: mi tuffo in acqua, risalgo e faccio il morto, che poi non manca molto… Uno dei due ragazzi nuota a stile mentre sorregge me, il mio peso, la mia paura e le pinne che non riesco più a far vibrare. Cinque, forse sei bracciate e mi fa segno che tocco, che posso provare a stare in verticale, che ce l’abbiamo quasi fatta. Ho bevuto, ho sete, mi manca il fiato ma sono a riva, da tanto sono spaventata non riesco a piangere. Ecco cosa vorrei fare: dirompere in un pianto liberatorio. Ma quale libertà, c’è mio marito che aspetta i soccorsi, c’è la signora francese che immobile e pallida è fissa in piedi, su quegli scogli lontani. Mi tolgo le pinne al volo, guardo le mie abrasioni senza sentire ancora nulla, solo nell’inoltrato pomeriggio sentirò bruciare come un incendio scoppiato all’ improvviso e di cui oggi ancora porto le cicatrici. Qualcuno a riva aveva capito che eravamo in difficoltà avvertendo così alcuni membri del nostro equipaggio. Un piccolo motoscafo sta  già soccorrendo prima la signora francese e poi finalmente anche mio marito, riportandoli a riva prima ancora che riuscissimo tutti e tre a pensare di nuovo a qualche onda furiosa che ci aveva travolti ma anche uniti, fatti conoscere.

L’escursione è finita così, con le nostre ferite color rosso vivo, e per fortuna vivi anche noi. Saliti nuovamente a bordo nessuno ha chiesto nulla a noi, nè a molti altri che senza rischiare così tanto come noi si erano comunque feriti lievemente per le correnti, il fondale, i coralli, e diosacosa.
Il punto ora non è stabilire che nessuno avrebbe dovuto accompagnarci a riva de l’Ile de Felicitè quel giorno (con questo nome poi!)  con un mare così, con correnti meschine che ti brancano come mostri nei sogni e non ti lasciano più; il punto è un altro, senza pari: trovare chi mi ha portata in salvo.

Lo so che è trascorso un anno, ma molto spesso abbiamo ripensato a quell’unica giornata di sole di undici piovosi giorni alle Seychelles, e ci manca, mi manca sapere chi è che mi ha salvata. E’ un ragazzo francese che non solo sapeva nuotare ma sapeva gestire perfettamente il panico altrui. Come si chiama? Dove vive? Grazie ragazzo senza nome, Mercì beaucoup anonyme !

Come si chiama quella signora? So solo che è francesce, so che quando ci siamo abbracciate ci siamo raccontate un sacco di cose in silenzio ma, lancio un appello, chiunque abbia già sentito questa storia si tratta di loro, di coloro che sto cercando. In quella stessa giornata sia stati salvati e abbiamo salvato.

Cercasi francesi  désespérément   che nell’ottobre 2011 erano sul catamarano Creole: vorrei conoscere i vostri nomi, vorrei riabbracciarvi ancora una volta e dimenticare finalmente la paura di annegare…

Don Gallo lo dice sempre, e ora so che è vero: nessuno si salva da solo; nessuno salva nessun altro; ci si salva solo insieme.

 

 

 


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