Bologna: “Scrivere il futuro” (ma L’AMORE no!)

E’ domenica mattina, presto. Lo si distingue da molti particolari: nessuno per strada, cielo blu, silenzio ovattato, l’eleganza del nuovo giorno che nessuno ha ancora sporcato. Non incontro praticamente altre auto, parcheggio con facilità e mi incammino in questa Bologna che attende parole magiche come Cenerentola mentre ascolta “Salagadula megicabula bibbidi-bobbidi-bu”.

Molti tavoli sono praticamente in mezzo alla strada, tanto il traffico oggi è pressochè sospeso nella “T”; cani e piccioni, barboni e runner si alternano di continuo, e io socchiudo gli occhi per guardare il sole in tutto questo blu. La torre sulla quale abbiamo cenato a lume di candela più volte mi fa un ceno di saluto, che ricambio con occhiolino. Davanti al cortile c’è già qualcuno che attende, non saprei dire se sono giornalisti o gente come me. Cosa vuol dire? No, dico, chissà se è per lavoro o per piacere che cercano già di prenotarsi un posto nel cortile suggestivo, anche se di più lo sarà l’appuntamento di mezzogiorno.

E’ davvero troppo presto, cammino ancora a tratti veloce e poi lenta: mi ricordo che è domenica. All’angolo con via dell’Archiginnasio c’è una camionetta dell’esercito (“addirittura” esclamo tra me e me) e auto della polizia pattugliano (al momento) il nulla. Galvani non sta voltando pagina nemmeno oggi e io passo oltre, arrivo in piazza dei Tribunali, la prendo larga, torno indietro imboccando via D’Azeglio dove una saracinesca abbassata è completamente dipinta con le note di una canzone: “domani saremo nuvole nel cielo così almeno non saremo più lontani lontani e quando il vento lo vorrà ci incontreremo ci troveremo“. E quasi a farlo apposta qualche metro più avanti, da un piccolo portone sul lato opposto escono suoni che somigliano a canti gregoriani. Forse vaneggio, penso a Lucio Dalla del quale ho appena ho letto i versi, e salgo tre scalini per curiosare. E’ vero, la funzione è in latino, è la classica Messa cantata, ma stavolta non è per dire che è qualcosa di lento! Che strana domenica.

Decido che è ora, mi metto anche io in fila. Ascolto, sono attenta, ma si sa che la mente viaggia e faccio qualche parallelismo: il sole bacia i belli (in effetti mentre il tempo passa le zone d’ombra diminuiscono). Poi mi rimetto in ascolto concentrata, ed ho la certezza che da oggi in poi sarò migliore, o sarò “di più qualcosa”, poichè stare in compagnia di persone straordinarie e capaci aumenta la fame del nostro cervello. (Purtroppo sarà possibile anche il contrario: frequentare persone avide, grette, egoiste.. vabbè, è chiaro)

Ci sono persone mirabili di cui nessuno parla che cambieranno davvero il futuro. E io dico che sono le persone non di successo bensì di spessore..

Bologna, e anch’io, scriveremo un futuro migliore grazie a questa Kermesse. Sono stata seduta davanti a Ezio Mauro, ho ascoltato reportage di guerra con Bernardo Valli e Vanna Vannuccini, mi sono passati a neanche due metri Eugenio Scalfari e Concita De Gregorio; sono rimasta seduta all’Arena del Sole in un tempo senza tempo folgorata da certe menti, da come persone stupende mettano la loro vita a disposizione di tutta l’umanità con una modestia che è solo da prendere da esempio; ho scarabocchiato qualcosa che somiglia  all’aver preso appunti e mi sento fortunata: grazie al mondo liquido in cui viviamo possiamo bere, oggi, direttamente dalla fonte.

Mi resta soltanto un grosso interrogativo, che si contrappone ai mutamenti, al futuro, alle innovazioni, alla iniziativa che Bologna, la mia Bologna, ha ospitato: all’ingresso di San Petronio ci sono una decina di divieti rappresentati con le figurine cerchiate di rosso. I soliti veti, dal non entrare in costume allo spegnere i cellulari, dal non fotografare al silenzio raccomandato durante le funzioni. Poi ch’è un  DIVIETO DI ACCESSO: due persone viste di schiena, uomo e donna,  camminano abbracciati.  L’Amore no? Bologna scrive il futuro, ma qualcosa forse arretra..

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